
la bassa/92
anno XLVII n. 92, giugno 2026
Estratti di
articoli e saggi
della nostra rivista
In copertina:
Particolare della carta
Fori Iulii accurata descriptio
dal “Theatrum Orbis Terarum”
di Abraham Ortelius (1527 - 1598)
Anversa 1573
Adriano Biasutti.
Presidente della Giunta della Regione Friuli Venezia Giulia
(1984-1991)
Sommario
- ENRICO FANTIN
La Chiesa di Santa Maria Maddalena di Latisanotta Frammenti di storia nel centenario della ricostruzione 1926- 2026, fra alluvioni e due guerre mondiali - BENEVENUTO CASTELLARIN
Nobili, artigiani e popolani nella Belgrado dei conti di Gorizia - GIULIANO BINI
Adriano Biasutti tre volte amico e tre presidente - FRANCO ROSSI
Se non è vero è ben trovato - PAOLO STRAZZOLINI - PIER GIORGIO DAZZAN
La Lignano scomparsa
Dalla memoria i fantasmi del passato - CARMELA DE CARO
Il Sior Ulivo e la Banda del Ricreatorio di San Vito al Tagliamento - RENZO CASASOLA
>Antichi nomi e toponimi di Pocenia, Roveredo e Torsa
Contributo per una ricerca storica - BENEVENUTO CASTELLARIN
Le acque nella Bassa friulana - ROBERTO TIRELLI
Friulani nel Veneto in profonda crisi di qualità - MARIA TERESA CORSO
Per costruirsi un “tetto” - ENRICO FANTIN
Mons. LUIGI MURADOR:
un Prete - uomo - senza frontiere - GIULIANO BINI
Vulgo e dictus ... i soprannomi - ROBERTO TIRELLI
Lingua e linguaggio segni del cambiamento. Come e cosa si parla nella Bassa - GIANFRANCO MOSSENTA
Don Angelo Querini (1909-2004) - ROBERTO TIRELLI
I misteri della missione “Fabio” nella Bassa friulana - ROBERTO TIRELLI
Antroponimia popolare: il valore dei soprannomi paesani - ROBERTO TIRELLI
Dai manoscritti medievali alla intelligenza artificiale: una riflessione per lo scrivere di storia - ENRICO FANTIN
I ragazzi del ’99 e cavalieri dell’ordine di Vittorio Veneto
La Chiesa di Santa Maria Maddalena di Latisanotta Frammenti di storia nel centenario della ricostruzione 1926- 2026, fra alluvioni e due guerre mondiali
Enrico Fantin
Nel 1596 tutti i fiumi del Friuli disalvearono per piogge strabocchevoli. Il Tagliamento straripò a sinistra presso Rivis, diroccò i tre antichi castelli di Varmo di sopra e Varmo di sotto e Madrisio, minacciando anche quello di Belgrado; tutti i villaggi su quella linea furono guasti o distrutti…
Gian Francesco Palladio
Possiamo partire da queste note riportate da Giandomenico Ciconj nel suo lavoro: “Udine e la sua Provincia”, del 1861, per descrivere le vicende della prima distruzione della “Giesia” di Latisanotta dalla furia delle acque del Tagliamento, con l’aiuto poi del Cinquecentesco prezioso libro dei “Conti della chiesa di S. Maria Maddalena di Latisanotta” e dalle relazioni delle “Visite pastorali” di allora.
La storia della “villa” di Latisanotta è strettamente legata a quella di Latisana. Lo stesso toponimo “Latisanotta, significa “paese fondato dagli abitanti di Latisana”. La sua prima citazione nominativa è stata rinvenuta in un documento dell’agosto 1261, laddove è menzionato il “Castrum Latisanota”.
Attraverso i suoi villici aveva edificato un oratorio accanto alle sponde del fiume. Il periodo di costruzione non è dato sapere, possiamo solo ipotizzare che alla metà del Cinquecento esistesse già, come si evince da alcune note ricavate dal “Libro Conti della chiesa di S. Maria Maddalena di Latisanotta”.
1581- per tanti contadi dati a m.ro Agnolo Brussolan per gaver fatto il muro della Giesia.
1582 – per tanti spesi per andar à Chianus à veder del madon. Per savon per far la lisciva per la Giesia.
1592 – spesa per una colatione ali homeni che hano renovato la rosta rotta per la montana a 11 del instante maggio.
1593 – risultano molte spese per mattoni, calcina e sabbia per lavori alla chiesa, nonché ai muratori e manovali.
1593, 7 aprile – per contadi a missier Vizenzo Ongaro da Udene da peturar a bon conto de far la palla de san barnabe lì qualli come...Spesi a un nodaro che fece il stimo della palla di San barnabe.
1597 – Anno in cui il Tagliamento straripò e distrusse tutto (da Giovanni Conti Pievano di Latisana)
1603, 20 aprile – per tanti contadi al s.r. piovan per andar a Venezia per la pala di s.ta Maria Madalena. [Secondo tradizione orale la Pala d’altare fu donata dalla famiglia Marin di Latisanotta?]
1649 – per aver (contado) alli Mistri della Motta per far la pala della Madona del Carmine per sua capara.
1693 – per contadi spesi per far il penello (sorta di argine riferito al Tagliamento) e spesi in pan a far la palificiade.
1696 – per spese in chiodi, per legni per far il Bati Palo, per povoli, per far tagliar talponi nella grava e condurli dalla grava alla chiesa.
1698 – per contadi à Mistro Zuanne et Fratello Comelli per disfar la Veneranda Chiesa.
1698 – per contadi a Mistro Giacomo et Fratello Comelli à conto per fabricar la Chiesa.
(seguono spese per la calce e per i muratori che erano in numero di 20)
1699 – (spesi per il pane e il vino à quelli che hanno contribuito ai lavori per la costruzione della nuova Chiesa e il recupero del materiale della vecchia chiesa).

L’antica pregiata pala d’altare raffigurante “la Santa Maria Maddalena portata in gloria dagli angeli”. (cm 215 x cm132). Restauro effettuato nel 2004 dalla professoressa Elisabetta Milan. (riporto la seguente nota conservata nell’archivio parrocchiale dove dichiara: “1603, 20 aprile, - per tanti contadi (denari) al s.r. piovan per andar a Venesia per la pala di s.ta Maria Maddalena)
Nobili, artigiani e popolani nella Belgrado dei conti di Gorizia
Benevenuto Castellarin
Adriano Biasutti tre volte amico e tre presidente
Giuliano Bini
Premessa

Per essere amici bisogna conoscersi. Sono trascorsi oltre settant’anni da quando conobbi per la prima volta Adriano Biasutti. Ero da poco arrivato a Palazzolo e inserito, verso la fine del primo trimestre, nella quarta classe della scuola elementare della maestra Filomena Caccia. Durante le prime ricreazioni appresi che lo spazio più ampio del cortile era riservato agli alunni della quinta, la classe frequentata da Adriano, per la loro breve ma quotidiana partita di pallone. Le prime volte conobbi pertanto Adriano a scuola, da spettatore delle sue partite di calcio. Si potrebbe insinuare che quella mia condizione di spettatore, nei suoi confronti e del suo operato, perdurò per vari decenni. Mi pare di ricordarlo, di quei tempi, anche come chierichetto, che nelle messe solenni svolgeva l’importante e appariscente funzione di cerimoniere.
Il primo amico
Nel 1952 Adriano andò in collegio, al “Bertoni” di Udine, per frequentare le scuole medie. Le occasioni d’incontro si ridussero ai periodi delle vacanze, ma dato che l’anno seguente anch’io iniziai a frequentare le medie, potei entrare nel novero, esiguo a quei tempi, degli studenti e condividere con essi i primi rapporti di amicizia. Adriano frequentò a Udine anche il ginnasio ed il liceo, sempre al “Bertoni”, dove si evidenziò ancora di più la sua attitudine al calcio, affinata nella squadra della scuola, dove, in quei tempi, giocavano ragazzi particolarmente dotati, di cui ricordo uno, Ianich, che militò in Serie A nell’Atalanta, Lazio e Bologna ed ebbe sei presenze in Nazionale. In una parentesi dopo anni di anarchia calcistica, nell’estate 1957 a Palazzolo si allestì una squadra per partecipare, nel campo sportivo di Precenicco, ad un torneo del Centro Sportivo Italiano. Sebbene fosse fra i più giovani, capitano fu Adriano. Due anni dopo, per i ragazzi di Palazzolo si concluse l’esperienza esclusiva di partitelle in piazza o nel sagrato della chiesa. Fu costruito un campo di calcio nuovo e si fondò l’Unione Sportiva Palazzolo, che iniziò l’attività ufficiale il 18 ottobre 1959 con una partita del campionato Juniores contro l’Ardita di Muzzana. Adriano fu capitano e calciò il rigore della vittoria. L’ambiente del calcio, che mi vide partecipe, sebbene con ruoli marginali, rinnovò la relazione d’amicizia che, come studente, poteva dirsi cessata, avendo io concluso i miei studi con la licenza media. Adriano al “Bertoni” aveva acquisito anche la tecnica del pattinaggio e con successo, d’estate, la esibiva in paese, con qualche corsa e con qualche figura, assieme ad un gruppetto di ragazzi e anche di belle ragazzine, tutti studenti, che radunava sotto i grandi platani che ombreggiavano la strada vecchia, quella del Pûnt di levade. A me capitava spesso di passare di là, nell’esercizio del mio lavoro di garzone di bottega, e mi fermavo ad assistere agli incontri di quell’allegra brigata, con un certo rimpianto e un po’ d’invidia per la loro condizione privilegiata di studenti. Dal Bertoni non giunse solo un buon calciatore, ma anche un ottimo giocatore di tennis da tavolo, il ping-pong della canonica fu spesso teatro delle sue schiaccianti vittorie, con dei virtuosismi lontani dalle nostre esperienze paesane. In questo campo però mi dimostrai un rivale all’altezza, non tanto per la tecnica quanto per la tenacia, il che diede a me un pizzico di autostima e a lui una qualche considerazione in più sulla mia persona. Di questi tempi, siamo giunti agli anni Sessanta, mi si presentò l’occasione di riprendere gli studi, dopo “sinque ani de botega”, come poi dissero i miei giovani compagni di scuola di Portogruaro. Adriano di fronte ai tanti miei dubbi ed esitazioni, mi incoraggiò a farlo. In questo quadro giovanile-studentesco-sportivo si colloca il mio primo amico Adriano Biasutti.
Il secondo amico
Il secondo amico si evidenziò nel 1964. A Palazzolo ci si apprestava a rinnovare il consiglio comunale, c’era un certo fermento nei partiti e si cercava l’adesione di nuovi iscritti. Adriano, studente universitario, che era già attivo nel movimento giovanile della Democrazia Cristiana, nell’approssimarsi della mia maggiore età, allora a 21 anni, mi invitò a prendere la tessera del partito. Fu così che Adriano divenne per me anche un amico democristiano. La formazione della lista per le comunali suscitò contrasti fra il sindaco uscente e ricandidato e Adriano che voleva candidarsi. Con la scusa della sua giovane età fu escluso dalla lista ed al suo posto fu candidato suo padre. Non la prese troppo bene, infatti, dopo avermi fatto eleggere segretario della sezione di Palazzolo del partito, lui si iscrisse a Latisana, dove alla prima occasione si candidò al consiglio di quel comune e fu eletto.
Il terzo amico e presidente
Adriano Biasutti ebbe la geniale intuizione che Lignano Sabbiadoro, assurto da decenni al ruolo di centro balneare di rilevanza internazionale, necessitava di un retroterra attraente ed ospitale, in grado di offrire al turismo un ulteriore richiamo che integrasse quello della spiaggia. Già nel 1982 l’amministrazione regionale aveva dato avvio alla redazione del “Piano di Conservazione e Sviluppo del parco naturale del fiume Stella”. Per sostenere l’iniziativa, che aveva suscitato reazioni ostili in certi ambienti agrari e nei comuni della zona nord del fiume, si ritenne opportuno creare un’associazione con il compito di far conoscere al pubblico le bellezze naturali di un fiume, ritenuto il più bello della regione e uno dei più belli d’Europa, e di convincere gli amministratori locali a favorire l’adesione dei loro comuni al “Parco dello Stella” in progetto. Nel 1985 si costituì l’associazione “Amici dello Stella”. Dato che Adriano Biasutti e anch’io fummo fra i soci fondatori, così divenimmo per la terza volta amici.
Se non è vero è ben trovato
Franco Rossi
Se non è vero è ben trovato

Portogruaro Municipio Testone
Appoggiati a terra, giusto alla base della facciata che guarda al levar del Sole del Palazzo municipale di Portogruaro, variamente distanziati tra loro, fanno bella mostra di sé sei grossi blocchi di pietra d’Istria, meglio conosciuti come Testoni.
Sui Testoni ci si può comodamente sedere in attesa che arrivi l’amico o l’amica puntualmente in ritardo. Volendo, nei giorni di mercato, vi si possono appoggiare sopra le borse stracariche di spesa. I bambini, sempre in cerca di nuovi giochi, fanno a gara a chi sale e scende più in fretta, mentre i gatti della piazza, nelle luminose giornate invernali, quando s’affaccia un pallido sole a intiepidire la fredda brezza del Lemene, ci vanno a sonnecchiare, tranquilli e beati.
Non sarà del tutto superfluo aggiungere che a questi sei blocchi di pietra, muti e ciarlieri allo stesso tempo – perché tutti lo sanno che tra loro è un continuo e straripante confabulare sui fatti più rilevanti oppure curiosi del giorno; o magari sulle chiassose dispute in consiglio comunale, destinate comunque a finire sempre in ombre di rosso o di bianco nell’osteria sottostante; come pure sulle perenni buche che da anni, nonostante le infinite proteste dei cittadini infuriati per l’ostinata negligenza di chi ne avrebbe pur la competenza, impreziosiscono impunite le neglette strade cittadine; e perché no su chi, incauto, correda di idonee corna antropomorfe il legittimo coniuge o al caso l’amante del momento, o su chi, di riflesso, le subisce in astioso silenzio nell’attesa di
consumare, novello Rigoletto, la sua giusta vendetta
– che a questi Testoni, si diceva, i Portolani sono morbosamente affezionati. E guai a chi, irriverente, non mostrasse nei loro riguardi il dovuto rispetto; a chi, sconsiderato, avesse l’ardire di mettere in discussione la piena liceità, quando non anche l’opportunità, della loro stabile dimora in piazza, ai piedi del Municipio merlato; peggio ancora a chi, temerario, dovesse mai recar loro fastidio, insulto, guasto o danno.
Eppure qualche domanda si impone più che legittima. Da dove provengono i sei Testoni? Chi li ha collocati dove li possiamo tranquillamente vedere ancora oggi? E quando ve li avrebbe collocati? Ma soprattutto a quale periodo della nostra storia – recente o remota che sia – può esser fatta risalire la loro origine? Questi sostanzialmente sono i “quesiti di fondo” che propongono alla nostra attenzione questi sei blocchi di pietra.
Cominciamo innanzitutto col dire, riprendendo quanto scriveva l’amico Roberto Sandron nella sua Guida di Portogruaro del 1988, e ribadiva poi nel successivo volumetto, Portogruaro, dato alle stampe per conto dell’associazione Pro Loco Portogruaro, accennando seppure di sfuggita ai vari restauri che avevano interessato in un passato non troppo lontano il nostro Municipio, che i sei Testoni: - uno, sarebbero stati addossati al Municipio nel 1908;
- due, il materiale lapideo nel quale sono stati “scolpiti” è pietra d’Istria;
- tre, dovrebbero risalire al XVII secolo;
- quattro, in origine avrebbero svolto la funzione di “chiavi di volta per arcate di ponte”.
Ma – domanda questa che potrebbe apparire forse un tantino superflua, tenuto conto dei fiumi d’inchiostro versati al riguardo – a quando risale la costruzione del Municipio, di Portogruaro, alla cui facciata sarebbero stati addossati nel secolo scorso i nostri sei Testoni? e se non nelle sue attuali dimensioni, almeno nel suo corpo centrale?
Per rispondere con esauriente cognizione di causa, converrà anche in questa occasione far tesoro delle parole di Roberto Sandron:
Già nel XIII secolo i documenti parlano di “loggia del Comune”, “casa del Comune”. È quindi probabile che la parte centrale risalga al 1265, come riportato da Antonio Zambaldi 5 . A seguito del tentativo di insurrezione dei Bardi del 1371 il palazzo fu incendiato. [...] e fu allora, secondo lo storico Degani 6 , che la nostra comunità “fece erigere la nuova loggia con quelle merlature ghibelline che tutt’ora si vedono”.
La Lignano scomparsa
Dalla memoria i fantasmi del passato
Paolo Strazzolini - Pier Giorgio Dazzan
Uno Studioso, un Collezionista, un Testimone, un Protagonista al cospetto della Storia
È ormai autunno inoltrato quando 4 compagni di gioventù, che avevano nel tempo cementato e coltivato una profonda amicizia nata a Lignano a cavallo degli anni Sessanta e Settanta, decidono di ritrovarsi ancora una volta su quella spiaggia che aveva fatto da splendida cornice ai loro anni migliori. Un’occasione unica per rievocare e condividere nei ricordi quelle prime intense emozioni, quegli attimi esaltanti e fuggenti, quelle presenze mai dimenticate che avevano popolato le fon- damenta della loro personale evoluzione. E mentre passeggiano sull’arenile, inse- guendo la traiettoria solare, i racconti, i “ti ricordi?” si intrecciano accompagnati dal ritorno incessante della risacca, dal respiro del mare. Sullo sfondo di questa eru- zione della memoria, costellato da mille anfratti e tesori nascosti, si stagliano come fantasmi i tratti di un profilo che non c’è più, quasi a significare che a dare un senso alla vita contribuisce anche la morte. Sulla scia dei flash back rivisitati rimane una traccia, scampoli indelebili della Lignano scomparsa, pronti per essere consegnati alla Storia.
Mappa di Lignano Sabbiadoro con allocazione dei siti trattati. 1) Il “Corallino”. 2) La Terrazza a Mare. 3) Il Pattinaggio “Jo-Jo”. 4) Go Kart. 5) Il Semaforo. 6) La “Caravella”. 7) Campeggio “Internazionale”. 8) “Il Fungo”. 9) Il “Giarabub”. 10) Il Pontile di Lignano Sud. 11) La Pista a Mare. 12) Il Ponte mancato.Il Sior Ulivo e la Banda del Ricreatorio di San Vito al Tagliamento
Carmela De Caro
Anno 1927 - Riconoscibili: il maestro Olivo Manfrin, Alfredo Marcon, Valentino Mitri, Nello Del Frè, Ludovico Bravo, Antonio Brusut, Olivo Rossitto, Giovanni Del Piero, Luigi Florido, Bruno Brusin, Giacomo Brusin, Carlo Zamuner, Mario Zamolo Giuseppe Bragadin.Il sior Olivo Manfrin rimane, ad oggi, una figura poco conosciuta tra i giovani e meno giovani sanvitesi, nonostante, ai suoi tempi, rivestisse un posto prevalente nella formazione e crescita culturale gratuita di bambini e ragazzi per i quali fu punto di riferimento tra le due guerre mondiali. Originario del trevigiano o forse di Cordenons dove era nato nel 1862, lo ritroviamo impiegato presso l’Ufficio Anagrafe del Comune di San Vito al Tagliamento. Qui abitava in una casa a due piani dell’allora Via Amalteo, accanto agli uffici delle vecchie poste con la moglie e la sorella nubile. Il giardino della casa si affacciava su una collinetta (oggi vi è situato l’IPSIA), luogo perfetto per i ragazzi che si divertivano a corrervi e saltare. Nella zona il Comune era padrone di alcune unità, compresi gli uffici postali che si sporgevano su Via Amalteo lungo la quale molti privati cittadini, nel tempo, avevano acquistato piccoli appezzamenti di terra e simili unità abitative. Tante piccole e basse casette si allineavano da Via Amalteo sino alla Torre Raimonda (la torre porta il nome del patriarca di Aquileia Raimondo della Torre che la donò alla cittadinanza insieme con la Chiesa di San Lorenzo e il Palazzo dei conti Rota, attuale sede comunale) dando vita ad un paesaggio che agli occhi incantati di un sanvitese illustre quale il pittore e incisore maestro Virgilio Tramontin (1908-2002) dovevano apparire come un paesaggio fiabesco tanto da ritrarlo in un famoso dipinto dal titolo “Il cipresso e il teatrino” ma che nella visione del Comune rimaneva zona che necessitava di sistemazione. Fu così che a morte avvenuta del signor Olivo (28 luglio 1943), si trovò un accordo tra le parti e al posto delle vecchie e basse casette allineate fu edificata una strada pubblica che lo ricordasse, la stessa strada che ancora oggi porta il suo nome.
Antichi nomi e toponimi di Pocenia, Roveredo e Torsa
Contributo per una ricerca storica
Renzo Casasola
Nella documentazione notarile medievale raccolta e conservata dallo scrivente in anni di ricerche sulla microstoria di Muzzana sono registrati anche i nomi di alcuni uomini vissuti nelle località limitrofe; sono testimoni vocadi, havudi, pregadi, dai notai nelle cronache giudiziarie della comunità della Bassa Friulana. Generalmente sono dati che sfuggono ai cultori della microstoria per il fatto che i fascicoli cartacei d’archivio nei quali si celano rendono difficile la loro ricerca, la consultazione e la decrittazione del testo. In questo contributo, al fine di colmare parzialmente tale lacuna, si elencano e retrodatano alcuni toponimi con i nomi e cognomi di personaggi di Pocenia, Roveredo e Torsa, non segnalati nella bibliografia specifica già edita. 1 Sono perlopiù forme onomastiche basso medievali, al giorno d’oggi estinte, che con gli abbozzi delle prime forme cognonimiche ci rammentano un lontano e nebuloso vissuto, inserito nella millenaria civiltà contadina che si espresse tra le nebbie dello Stella, della Torsa e quelle della Velicogna.
1319, die martis decima aprilis. Actum Marani in Ecclesia S. Martini.
Nel primo processo penale patriarcale a noi noto, in corso tra le comunità di Muzzana e Mortegliano, quelli di Mortegliano sono accusati di sconfinare senza averne titolo nelle terre di Muzzana. In territorio neutrale, presso la chiesa di San Martino di Marano, sono convocati in qualità di testimoni due uomini di Pocenia: Leonardus Rosta de Puzzinia, e Articus filius Mionardi de Puzzinia (Bianchi 1844: 1, 264-267).
1321, 4 maggio. Actum in tenuta de Ronchis de hominibus, et Commune de Muzana.
Per lo stesso motivo di due anni prima il signor Tinossio q.m (del fu) Guatti de Torsa si presenta di fronte ai giudici in qualità di testimone; lo affianca quello che doveva essere l’allora sindaco: Henricum Decanum de Pulcinia (ACAq fasc. 44, pp. 106-107).
1322, 5 maggio. Actum in tenuta de Ronchis de hominibus, et Commune de Muzana.
Per gli stessi motivi dell’anno precedente e nel medesimo luogo si riuniscono i giudici per sentenziare l’ennesima condanna contro gli uomini di Mortegliano.
Uno dei giurati è quel Henricum Decanum de Pulcinia, già segnalato nel 1321, mentre tra i testimoni si registra il nome del signor Finosio q.m Bunutti de Torsa> (ACAq fasc. 44, pp. 110-116).
Le acque nella Bassa friulanae
Benvenuto Castellarin
Rigolato a Ludaria in una cartolina di qualche anno fa.Una nota villotta friulana recita: > Joi ce buino l’ago frescjo di Ludario e Rigulât. Volin toli uno botacio par puartalu a Cividât. Se l’acqua che spillava (e spilla ancora) dai Piani di Vas a m. 1260, a Ludaria in comune di Rigolato era così buona da meritarsi una citazione in una canzone popolare friulana, l’acqua da bere nella Bassa friulana era altrettanto buona? E dove era attinta? Un’adeguata risposta alle due domande la possiamo trovare negli Atti preparatori per la formazione del Censo Stabile, del 1826-27. Questi, depositati presso l’Archivio di Stato di Venezia, contengono una serie di norme, di istruzioni che dovevano servire ai periti estimatori, coadiuvati da delegati comunali, per la compilazione del nuovo catasto, entrato nella sua fase operative nel 1826.
All’interno di questi atti assumono una particolare rilevanza le Nozioni Generali Territoriali, un dettagliato questionario, le cui risposte analizzavano le diverse situazioni ambientali, socio-economiche e sulle pratiche agrarie in uso nei singoli comuni censuari.
Nello specifico le Nozioni hanno preso in esame, diversi aspetti come ad esempio, le monete, i pesi e le misure in uso allora, la posizione del comune, la natura dei terreni, i prodotti agrari principali, il sistema di lavorazione dei terreni e i relativi affitti, le strade, le case coloniche, i pascoli, i boschi, il bestiame, ecc.
Nel capitolo Acque, i periti dovevano, oltre ad enumerare i corsi d’acqua presenti nel territorio comunale indagato, dare delle risposte sulla qualità dell’acqua che serviva per l’uso dell’uomo e degli animali e dove questa era attinta.
Si è inteso qui, quale esempio delle risposte che diedero allora i periti, prendere in esame una zona della Bassa friulana che va da Camino al Tagliamento a Latisana e da Varmo a Pocenia.
I Comuni censuari, ossia quelli per cui era stata formata una mappa catastale nel primo catasto napoleonico, che comprendono questa zona sono: Ariis; Bertiolo con Sterpo; Camino di Codroipo ( al Tagliamento), con S. Vidotto, Gorizzo, Pieve di Rosa, Glaunicco; Campomolle; Chiarmacis; Driolassa con Rivarotta; Gorgo di Latisana; Latisana con Latisanotta; Madrisio con Canussio; Muzzana (dal 1876 “del Turgnano”); Palazzolo(dal 1876 “dello Stella”); Piancada; Pocenia; Pozzecco con Virco; Precenico con Pescarola; Rivignano; Ronchis con Fraforeano; Sivigliano con Flambruzzo; Talmassons con Flambro; Teor; Torsa con Rovereto (e Paradiso); Villa di Varmo con Belgrado, Cornazzaglio (Cornazzai), S. Marizza di Sopra, S. Marizza di Sotto e Gradiscutta; Volta (Latisana).
Friulani nel Veneto in profonda crisi di qualità
Roberto Tirelli
Durante la presentazione dei progetti dell’Interreg Italia- Slovenia Primis plus a Trieste il giorno 6 novembre 2025 il direttore generale dell’assessorato regionale alla cultura del Veneto dott. Luigi Zanin ha presentato una relazione sulla presenza della cultura e lingua friulana nel Veneto orientale ovvero il Portogruarese.
Storicamente quest’aerea ha una sorta di sdoppiamento con forte presenza di interessi sociali ed economici di Venezia. Nel 2023 da una analisi da indagine ne esce una mappatura della lingua friulana assai scoraggiante, A San Michele il 60 per cento della popolazione così a Teglio Veneto parla e si sente friulano. C’è una cesura fra Portogruaro con l’area un tempo agricola del suo territorio. Vi è un fenomeno di scarsa valutazione del friulano il che rende la lingua in pericolo irreversibile soprattutto nei confronti dell’italiano. Si tratta di una scarsità di reputazione per il friulano.
A Bibione si è tentato di far crescere la reputazione della lingua friulana uscendo dalla collocazione localistica. Vengono attivate iniziative per il friulano con alta caratterizzazione. L’area litorale veneta attrae 13 milioni di turisti ed è essenziale far conoscere la cultura locale Sono necessarie pertanto iniziative culturali per consolidare la reputazione del friulano. Ci sono già delle iniziative condivise per creare una presenza culturale prima non c’era. Vi sono stati sette eventi fra i quali il Congresso della Società Filologica a Concordia. Stimolare una ricerca sopita da decenni è l’obiettivo che si propone anche la Regione Veneto, ma il riscontro è di scarsa se non del tutto assente qualità. La ricostruzione della reputazione della cultura locale con il portale che viene implementato per portare il turista a conoscere il territorio va bene, ma non basta.
Valorizzazione delle minoranze linguistiche sotto l’aspetto turistici è un progetto che si è rivelato molto interessante e vicino alle nuove modalità di offerta. La Regione Veneto ha iniziato la collaborazione con la Regione Friuli Venezia Giulia una decina di anni fa. Per la valorizzazione dei luoghi della cultura con una nuova progettualità ed ha investito ulteriori risorse nella consapevolezza che la Regione Veneto deve lavorare sulla reputazione e sul valore dei progetti che hanno espresso una dose di valore importante ma ora hanno una scarsa se non assente qualità e non riescono a risollevare dalla crisi la lingua e la cultura friulana nel Portogruarese.
PS All’amico dott. Zanin a quattrocchi ho fatto presente che la qualità sarebbe nelle potenzialità che “la bassa” offre, ma sinora s’è preferito finanziare il peggio anziché il meglio con una legge che non giova certo alla minoranza friulanofona.
Per costruirsi un “tetto”
Maria Teresa Corso
“Nel mio piccolo sono riuscito anch’io a farmi la casa”, disse.
Così iniziò Silvano di Flambro a raccontare qualche aneddoto della sua lunga vita. Lunga e piuttosto movimentata. Nato nel 1939, a due anni, nel 1941 rimase orfano di madre. Si ricorda del nonno cieco e della nonna per la prosecuzione di un’età che pareva a tutti dura, soprattutto per quel bambino che tossiva sempre ed era sempre malaticcio. Lo mandarono in montagna con una famiglia in cui c’erano altri nonni, ma con tanti altri bambini e ricorda quella nonna che lo aveva in consegna quando aveva 5 anni, pensando che non sentisse: “cemut fasìno a tignì un frut cussì malàt, mandilu mandilu là di so none!”.
Come mi volevano bene, eh? Ma con la mia vera nonna sono cresciuto, andando a lavorare qua e là, per imparare a fare l’intonacatore. Poi arrivati i 21 anni, negli anni Cinquanta chiesi la firma a mio padre per poter espatriare e trovare lavoro all’estero. Ci voleva la firma del genitore ma quanta fatica! Gliela chiesi più volte, senza ottenere nulla. Poi con l’aiuto di un conoscente, un amico, mi rivolsi a mio padre che nel frattempo si era risposato. A brutto muso mise quella benedetta firma che mi consentiva di andare in Benelux, a Lussemburgo, passando per la Svizzera e la Francia. Sarebbe stato difficile non averla sui documenti per l’espatrio, perché in Francia potevano anche rimandarmi indietro, insomma sarebbe stato un bel guaio. Dovevo avere anche un permesso di lavoro, che corrispondeva anche a permesso di soggiorno, era così per quegli anni (1960): entrare in uno stato come lavoratore significava avere tutto in regola, documenti, biglietti e contratto di lavoro.
Mangià, durmì e lavorà, ma con tante soddisfazioni e dirò di più se avessi trovato la morosa a Lussemburgo non sarei più tornato indietro. Invece quando sono arrivato a Talmassons ho trovato anche lei, mia moglie, figlia di mezzadri di Chiasiellis, e con lei abbiamo trovato modo di comprare la terra in una zona del comune di Talmassons con un milione di lire, dove c’era tutto da fare, non c’era neanche la luce nella strada che era ancora di terra. Erano tanti soldi per quell’epoca. Ma piano piano, con i nostri 5.000 metri di terra, abbiamo costruito ‘il tetto, questa casa, allevato conigli, galline ovaiole da 6 uova al giorno, riciclato tutto tra letame, scambiato dell’erba da proporre a chi aveva i cavalli, e così via.
Oggi abbiamo tre figli: una femmina e due maschi, nati tra gli anni Sessanta e Settanta che ci danno tante soddisfazioni. Uno è falegname e l’altro tecnico- meccanico, l’altra impiegata.
Mi ricordo che veniva a vendere pesce qui la Virginia, la conosce? Come no. mia zia acquisita. È morta da qualche anno, ma ha fatto una vita sacrificata anche lei: partire da Marano in bicicletta al mattino o meglio alla notte, per arrivare nei paesi nel mezzo del Friuli per vendere o ‘barattare’ pesce con uova, pollami, verdure o altro. Quanti sacrifici per costruire una casa, un ‘tetto’!
Il figlio racconta che le vindirigole> negli anni Sessanta arrivavano nei paesi stanche morte. Si può capire come dopo aver pedalato per chilometri con ogni tipo di strada. Arrivavano nei cortili sollecitando le persone a comprare il pesce fresco che arrivava dalla laguna maranese e spesso, per non dire sempre, venivano accolte dalle famiglie con l’invito a bere una tazza di caffelatte o dell’acqua. Quanta solidarietà e benevolenza: fa tenerezza pensare a quella generazione che per sopravvivere barattava bene con bene, il pesce con la farina con le uova o quel che c’era. Tutto un altro mondo.
Mons. LUIGI MURADOR:
un Prete - uomo - senza frontiere
Enrico Fantin

Mons. Luigi Murador
Nell’anno del cinquantesimo anniversario del sisma che ha devastato il Friuli rivivono in me le raccapriccianti immagini di morti e distruzione. Il terremoto che nel 1976 travolse la nostra regione fu un vero dramma: a causa della sua furia devastò interi comuni sconvolgendo il normale ritmo di vita di tantissime famiglie. Ma da questa tragedia la nostra gente trovò le forze per reagire rimboccandosi le maniche e lavorando sodo senza farsi sopraffare dal dolore.
La ricostruzione del Friuli oggi, oltre a costituire un modello di intervento per affrontare le situazioni di grave catastrofe, ha contribuito a non dimenticare le nostre origini e la nostra storia.
Solitamente sono i grandi, i potenti e i vincitori che dettano i libri di storia: questa volta il vincitore è stato il popolo del Friuli, che dalla tragedia che l’ha colpito ha saputo trarre motivo per rinvigorire la coscienza di sé e del proprio ruolo e, con onore, ha potuto scrivere la sua pagina di storia con una nuova prospettiva di crescita e di sviluppo per il futuro.
Il sisma del ‘76 fu anche il banco di prova per la nascita della Protezione Civile, un Corpo che in quella tragedia mise a punto i propri ingranaggi per diventare una macchina capace di intervenire e dare un inestimabile contributo di fronte ad ogni calamità naturale.
Grande merito va certamente riconosciuto al Governo di allora che seppe compiere l’importante scelta di affidare direttamente alla Regione, e di conseguenza alle amministrazioni locali, tutto il processo di ricostruzione.
Doveroso è ricordare alcuni nomi come i Presidenti della Regione Antonio Comelli e Adriano Biasutti, il Commissario Straordinario del Governo on. Giuseppe Zamberletti, mons. Alfredo Battisti Arcivescovo di Udine che, da padovano, aveva capito dal di dentro la grande ricchezza spirituale e culturale della “Patrie” e all’indomani del terremoto si affiancò all’amministrazione pubblica e con coraggio disse e sostenne: “ Prima le fabbriche, i posti di lavoro, poi le case, infine le chiese”.
Fatta questa breve premessa solo per dare poi spazio al ricordo di monsignor Luigi Murador, una figura di sacerdote che ha lasciato segni profondi di grande entusiasmo e di forte carica umana nella sua Diocesi e oltre i suoi confini.
È la storia di un ragazzo nato a Torviscosa nella frazione di Malisana il 21 giugno 1930 . Giunse a Latisanotta durante la prima infanzia al seguito di una numerosa e poverissima famiglia: qui viene subito chiamato amichevolmente “Gigi Malisana” da amici e paesani.
Sin da ragazzo frequenta il Seminario Minore di Castellerio e la sua salita al Sacerdozio era stata accompagnata dalla spontanea carità di tante anime generose guidate dall’indimenticabile parroco don Giacomo Baradello che ha maturato la sua vocazione. Ordinato sacerdote nel 1956 celebra la sua prima messa a Latisanotta il 15 luglio 1956. Lui sapeva che doveva molto a tutti e questo pre Luigi non l’aveva mai dimenticato e si sentiva, quindi, “di casa” in ogni famiglia.
Dopo la sua nomina sacerdotale aveva trascorso alcuni anni come cappellano a Ovasta di Ovaro prima di essere trasferito a Pradamano dove rimase fino al 1964. Fu quindi inviato come parroco a Loneriacco, nella frazio ne di Tarcento, dove si fermò, fino al 1978, quando fu nominato arciprete di Nimis.
Sebbene a Nimis da pochi anni, si era fatto stimare dalla popolazione che in lui aveva riconosciuto un sacerdote preparato e un amico, sempre disponibile a dare con gene rosità il suo aiuto, oltre che un saggio consiglio, nelle varie iniziative del paese.
Vulgo e dictus... i soprannomi
Giuliano Bini
Sarà capitato a tutti, in qualche occasione, di essere apostrofati da qualche amico o conoscente con un appellativo improvvisato e inventato spesso con intenti scherzosi, a volte amichevoli, ma anche offensivi. Tanti di questi nomi hanno avuto la vita di un momento, alcuni però si sono radicati nei rapporti fra certe persone a lungo, diventando dei soprannomi. Ho il ricordo di essere stato un tempo canzonato, da ragazzino, col nome Petrolio, rimasto dopo qualche anno solo nella mia memoria, senza averne mai capito il senso.
Oltre ai soprannomi personali, molto comuni erano quelli di famiglia, che ebbero spesso, in passato, documentazione scritta. Anche le collettività, gli abitanti dei paesi, ebbero un soprannome, con quasi solo documentazione orale. Tali soprannomi, che sono stati tanti, cercherò di documentare, sperando anche di capirne il senso.
Nome e soprannome collettivo degli abitanti di Palazzolo: Palazzolesi e Màlcos
Come gli abitanti di Milano sono detti Milanesi così quelli di Palazzolo, per chi parla italiano, sono Palazzolesi. E’ una condizione ripudiata dalla gente del luogo, che la ritiene “lesiva” della sua sana immagine, oggetto dello scherno dei fortunati vicini che non risultano “lesi”.
Eppure questa condizione di “lesi” ha radici molto antiche, quando dalle nostre parti, a livello popolare, non si usava la lingua italiana e pertanto non si correva il rischio di essere “lesi” da lei. Le radici sono nel termine Màlcos, attribuito un tempo dal vicinato alla gente di Palazzolo. E’ un termine privo di una documentazione scritta, fa parte di una tradizione orale ormai scomparsa, da me vissuta nell’infanzia, quando appresi che, qualora fossi stato apostrofato da uno di Precenicco col termine Màlco, avrei dovuto replicare con Piriâl. Quelli di Palazzolo erano Màlcos e quelli di Precenicco Piriâi.
Se il significato del termine Piriâl era comprensibile e noto, imperiale, quello di Màlco era considerata una storpiatura, alla ‘cinese’, di Marco. Marco serviva a contrapporre ai Piriâi, dell’Impero d’Austria, San Marco, il santo protettore di Venezia, la Repubblica per secoli contrapposta all’Impero, specialmente in Friuli. Non so quale studioso ‘a parte imperii’ individuò poi in Màlcos una errata dizione di màlgos, singolare abbreviazione di “mal governâts”, condizione dei sudditi veneti rispetto a quelli dell’Austria feli.
Prescindendo dalle amenità, Malco non è affatto un nome oscuro, è il nome di un personaggio minore del Vangelo, quello di uno dei servi del sommo sacerdote che si recarono nell’orto del Getsemani per catturare Gesù, quello cui Simon Pietro con la spada mozzò l’orecchio destro. Lo racconta l’evangelista Giovanni: “Ma Simon Pietro, che aveva la spada, la sfoderò, e ferì un servitore del sommo pontefice e gli tagliò l’orecchio destro. Questo servitore chiamasi Malco”.
E’ da ritenere che questo brano del Vangelo, che faceva parte della “Passio”, fosse ben noto ai nostri progenitori, dato che venne illustrato anche in alcune chiese, come testimoniano in Friuli gli affreschi di Gianfrancesco da Tolmezzo (ca.1450- post 1510). Se il personaggio Malco era ben noto, non resta che da chiedersi come mai quelli di Palazzolo fossero apostrofati e scherniti col suo nome.
Pietro mentre taglia l’orecchio a Malco. Tela di Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino. (1568-1640)