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copertina numero 91 la bassa

la bassa/91

anno XLVII n. 91, dicembre 2025

Estratti di
articoli e saggi
della nostra rivista

In copertina:
Particolare della carta
Fori Iulii accurata descriptio
dal “Theatrum Orbis Terarum
di Abraham Ortelius (1527 - 1598)
Anversa 1573

Il mare d’inverno.
Lignano Sabbiadoro, foto Fabbrice Gallina. Archivio Promo Turismo FVG

Sommario

  • ROBERTO TIRELLI
    Il mare d’inverno: guida per un turismo culturale e sostenibile sul litorale friulano
  • STEFANIA MIOTTO
    Teresa Gaspari risanata. Le proprietà curative delle fonti di Sacile
  • MARCO SICURO
    L’esperienza della «Società del Ritiro Cristiano» a Castello di Porpetto (1796)
  • FRANCA MIAN
    Un nuovo dibattito sui miracoli
  • GIANFRANCO ELLERO
    Storia di Fraforeano
  • CARMELA DE CARO
    Casarsa e i suoi Eroi vittime a Podrute durante la missione della Comunità Europea ECMM nella ex Jugoslavia
  • BENEVENUTO CASTELLARIN
    Lionello Galasso: opere e disegni a Ronchis
  • BENEVENUTO CASTELLARIN
    Alcune note sulla cappellania e parrocchia di Campomolle
  • RENZO CASASOLA
    Marchi di fabbrica del periodo romano inediti da Muzzana del Turgnano
  • ENRICO FANTIN
    Demolito lo storico nosocomio a Latisana per una nuova sanità
  • ENRICO FANTIN
    Nel 60° anniversario dell’alluvione del Tagliamento a Latisana. 1965-2025. A margine della Commemorazione del 2 settembre 2025 e altre testimonianze
  • BENVENUTO CASTELLARIN
    Int di flun
  • ROBERTO TIRELLI
    Lingua e linguaggio segni del cambiamento. Come e cosa si parla nella Bassa
  • GIANFRANCO MOSSENTA
    Don Angelo Querini (1909-2004)
  • ROBERTO TIRELLI
    I misteri della missione “Fabio” nella Bassa friulana
  • ROBERTO TIRELLI
    Antroponimia popolare: il valore dei soprannomi paesani
  • ROBERTO TIRELLI
    Dai manoscritti medievali alla intelligenza artificiale: una riflessione per lo scrivere di storia
  • ENRICO FANTIN
    I ragazzi del ’99 e cavalieri dell’ordine di Vittorio Veneto

Il mare d’inverno: guida per un turismo culturale e sostenibile sul litorale friulano

Roberto Tirelli

L’Assessorato regionale al turismo ha dato occasione alla “bassa” di realizzare un progetto turistico culturale per la valorizzazione delle località marine durante le stagioni considerate “vuote” per la mancanza dell’elemento giudicato una risorsa fondamentale vale a dire la temperatura adeguata alla attività di spiaggia. Il progetto prevede la indicazione di alcune iniziative da prendersi per sviluppare un programma stagionale di attività alternativo e complementare a quella che è la attività estiva.

Non è così, però. Ad una riunione indetta dalla stessa Filologica in quel di Udine per un progetto europeo tre primi cittadini di Comuni “friulanissimi” si sono presentati come esponenti del Veneto orientale. A ciò si aggiunga il fatto che creare e finanziare un “fogolar furlan” su un territorio “friulano” appare pure una contraddizione, ma nelle sedi auliche della marilenghe si fa finta di nulla.

Si tratta di trasformare quella che abitualmente viene definita una stagione “morta” in una occasione per valorizzare il territorio, le sue strutture di ospitalità, gli eventi culturali e sportivi, le risorse offerte da una serie di programmi interattivi da sviluppare nel rispetto dell’ambiente.

L’obiettivo da cogliere è legato a una scelta territoriale che consenta di offrire ad una ampia varietà di interessi di ottenere soddisfazione dall’offerta “al mare d’inverno”.

L’attenzione alla potenziale fruibilità delle strutture a disposizione per lo sviluppo dei programmi operativi prevede una tipologia di turismo culturale diretto a tutte le età e a tutti i gradi di istruzione, con un controllo dei prezzi utile a costituire una valida forma di concorrenza con altre offerte stagionali.

La prospettiva invernale è del tutto diversa da quella estiva e per questa ragione nel litorale friulano ha le caratteristiche dell’inedito e della scoperta. Gli elementi originali si presentano con una diversa visione di vacanza ove contano il riposo, la tranquillità, ma anche l‘inserimento nel contesto dei luoghi in particolare per quel che rappresenta il paesaggio.

Incentivare le attività colturali significa promuovere anche le attività economiche. Ad esempio in autunno ed inverno si legge di più, si va più spesso al cinema, ci si dedica da ascoltare musica o conferenze… tutto ciò che sembra comune e quotidiano può essere offerto sotto forma di vacanza.

il Faro Rosso di Lignano SabbiadoroIl Faro rosso all’ingresso della bocca di porto di Lignano Sabbiadoro. (Foto Enrico Fantin)

Il “freddo” non è un ostacolo, ma è una opportunità, non è un ostacolo a muoversi, ma spinge a svolgere attività fisica e mentale. Prendiamo ad esempio il gioco delle maree che si alternano: è molto più visibile che nella stagione estiva. La natura della costa potrebbe stupirci e farci sorridere, incoraggiare la attività fisica.

Ad esempio prendere un bicchiere di buon vino (come ci suggeriscono i fratelli Bini) sulla spiaggia può essere davvero una novità fra una corsa e l’altra oppure mentre in alto si fanno volare, come bambini degli aquiloni che il vento agita ed scuote. Così si sfugge alla routine ed è questo in fondo la vacanza. L’aria di mare fa bene alla salute perché favorisce una migliore ossigenazione del sangue ed aiuta a rinforzare il sistema immunitario. Il rumore delle onde ha un effetto rilassante per il sistema nervoso ed è un rimedio naturale per far scendere il cortisolo che induce allo stress, mentre i polmoni si puliscono naturalmente.

Il mare d’inverno agisce da antidepressivo naturale. L'inverno porta spesso con sé un senso di spossatezza, che diventa più acuto se si è meteoropatici. Concedersi una vacanza al mare costituisce un potente antidoto contro questo malessere. Alcune ricerche hanno dimostrato che guardare un paesaggio blu riduce lo stress e che il mare è in grado di attivare le aree del cervello legate all'agire positivo e alla stabilità emotiva. C'è poi un motivo più concreto, perché anche nei mesi più freddi le acque marine non smettono di rilasciare nell'atmosfera sostanze benefiche: iodio, calcio e cloruro di sodio creano un aerosol naturale energizzante e rinvigorente.

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Teresa Gaspari risanata. Le proprietà curative delle fonti di Sacile

Stefania Miotto

Era dicembre, anno di grazia 1824.

Una giovinetta latisanese, dopo aver cenato, entrò in un bagno freddo. Contrasse «una infiammazione di trachea, che trattata coi salassi, coi purganti e refrigeranti cedette, ma le succedettero inappetenze, difficoltà somme a digerire, bruciori di stomaco, convulsioni e dolori» 1 . Restò quasi un anno «senza regole, senza appetito, e nella impossibilità di prendere altro cibo fuorché qualche pezzetto di pane bagnato nell’acqua bollita con qualche pero secco»: nessuna sostanza alimentare poteva essere sopportata dal suo stomaco, «esausto di forze per digerirla».

Nel giugno dell’anno successivo, fortemente debilitata (pesava solo 68 libbre, cioè circa 30 chilogrammi!), la giovane fu accompagnata per un consulto dal dottor Carlo Celotti, che da lungo tempo esercitava la condotta a Sacile: il suo incarico risaliva infatti al 1789, quando il territorio era ancora sottoposto all’ormai languente Repubblica di Venezia 2 . Il medico le prescrisse l’uso dell’acqua minerale delle fonti sacilesi, iniziando da minime dosi che vennero via via aumentate. Poiché la ragazza non accusava sintomi avversi, dopo alcuni giorni Celotti introdusse piccole porzioni di brodo e di altri cibi leggeri, fino alla totale guarigione. Dopo il ritorno in famiglia tutto progredì di bene in meglio: il suo stomaco tollerò gradatamente cibi diversi, si aumentò la quantità delle porzioni e «le parti già ridotte angolose tornarono a mostrarsi tondeggianti». A settembre del 1825 lo zio della giovane inviò al medico una lettera, in cui esprimeva la più viva riconoscenza nei confronti delle acque e dei cortesissimi abitanti di Sacile. Il mittente era l’agronomo Gaspare Luigi Gaspari, proprietario terriero del Latisanese, su cui torneremo a breve.

Prima di svelare l’identità della nipote, corre l’obbligo di fornire al paziente lettore alcune informazioni sulle fonti sacilesi , le cui proprietà curative si stavano palesando proprio in quegli anni. La scoperta era avvenuta in modo fortuito, grazie alle confidenze di un noto bevitore sacilese, che aveva rivelato al possidente Antonio Sartori di curare i postumi dell’ubriachezza mediante il rimedio naturale fornito dalle acque ferruginose lungo la strada per Ronche, frazione a nord del centro liventino. In breve tempo si era sparsa la voce dell’efficacia delle stesse per curare numerosi disturbi e, prima che venissero compiuti accertamenti scientifici, già qualcuno ne vantava le proprietà, superiori, o almeno uguali, a quelle della veneta Recoaro. Non appena iniziò tale clamore, le autorità locali sacilesi si attivarono per proteggere la fonte «dalle offese de’ passaggieri e delle bestie, allontanando il sentiero che le stava a ridosso, e coprendola di un’elegante tettoia di legno, provveduta di sedili della stessa materia».

Nel 1827 il professor Salvatore Mandruzzato, docente di chimica farmaceutica presso l’Università di Padova, si recò a visitare il luogo; in un volumetto, pubblicato nello stesso anno, dava ampia relazione delle “fonti marziali” (cioè ricche di ferro) di Sacile.

«Non una, ma tre sono le principali polle d’acqua minerale osservabili tra le altre minutissime, che da più parte spicciano a sinistra della strada, che da Sacile mena alle colline di Sarone, tutte e tre collocate pochi passi distanti tra loro, e dal paese circa 100 metri». L’acqua si caratterizzava per il sapore leggermente ferruginoso ed esalava «odore non grave di uova fracide, che si rende più cospicuo coll’agitamento, e più delle altre quella della terza fonte».

A dimostrazione «delle provate virtù della nostra minerale», il dottor Celotti aveva fornito al professor Mandruzzato numerosi esempi di guarigioni, ottenute dai suoi pazienti assumendo quotidianamente come bevanda l’acqua delle fonti. La casistica delle persone che negli anni 1824 e 1825 trovarono giovamento con la cura comprendeva uomini e donne, di diverse età ed estrazione sociale (nobili, possidenti, sacerdoti, artigiani…), afflitti dai più disparati disturbi: herpes, minaccia d’idrope, torpore alle braccia, inappetenza, emicrania, ostruzione del fegato, calcoli, problemi respiratori, per citare i più frequenti.

Lo stesso dottor Celotti e la moglie Teresa, nata Fregonese 4 , ne avevano tratto beneficio, rispettivamente per «un’itterizia, preceduta da un molestissimo reumatismo delle spalle» e per un’affezione astenica dello stomaco.

La fama delle proprietà terapeutiche delle fonti non si limitò agli abitanti dei paesi limitrofi: come si è detto, anche la giovane di Latisana, Teresa Gaspari, aveva trovato piena guarigione con la cura delle acque prescritta dal dottor Celotti, che fornì all’emerito Mandruzzato la lettera dello zio Gaspare Luigi puntualmente pubblicata nel volumetto.

Tempio funerario Luigi GaspariTempio funerario fatto erigere dalla vedova Rosa De Egregis per custodire le spoglie del marito Gaspare Luigi Gaspari

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L’esperienza della «Società del Ritiro Cristiano» a Castello di Porpetto (1796)

Marco Sicuro
Premessa

Castello è un piccolo centro abitato, oggi in provincia di Udine. Frazione del comune di Porpetto, esso è situato lungo il bacino del Corno, antico fiume di risorgiva della bassa pianura friulana. Nonostante le ridotte dimensioni, è un borgo ricco di storia e tradizione.

Noto agli studiosi locali per essere stato una delle sedi della famiglia “di Castello”, antico casato nobiliare del Friuli che assunse il nome dinastico “Frangipane” a partire dall’Età moderna, Castello si caratterizza per alcuni edifici di rilevanza storica e architettonica, situati lungo la strada principale che attraversa il paese: il palazzo Frangipane, per l’appunto, la cui costruzione risale al Seicento, e la chiesa di San Francesco, edificio settecentesco accanto al quale sorgeva uno dei più antichi conventi francescani della regione. A nord dell’abitato sorgevano anche una fortezza, demolita nel 1617 dalle truppe veneziane che avevano temporaneamente occupato il territorio, e diversi mulini ad acqua situati fra l’area del castello e i terreni comunali condivisi con i villaggi di Gonars, Morsano e Fauglis 1 .

Politicamente, la storia di questo centro è abbastanza travagliata: il paese fu a lungo un feudo e una giurisdizione della famiglia “di Castello / Frangipane”, sia al tempo del Patriarcato di Aquileia, sia durante le successive dominazioni veneziana (1420 – 1516) e austriaca (1516 – 1797). All’inizio del Cinquecento, dopo un’estenuante guerra fra la Repubblica di Venezia e gli Asburgo, le parti giunsero a un concordato siglato a Worms nel 1521, col quale diversi territori precedentemente occupati dalle truppe imperiali passarono sotto la sovranità asburgica. Lo stesso avvenne per Castello, Porpetto e altri villaggi situati lungo il bacino del fiume Corno, compresi fra la Stradalta e la laguna di Marano. Questa peculiarità territoriale si mantenne fino al trattato di Campoformio (1797), quando l’intero territorio friulano – ossia la Patria del Friuli veneziana e le Contee asburgiche di Gorizia e Gradisca – venne unificato sotto lo scettro degli arciduchi d’Austria 2 .

Ecclesiasticamente parlando, invece, Castello faceva parte della diocesi aquileiese, ed era incluso all’interno della Pieve di Porpetto. Con la soppressione del Patriarcato di Aquileia (1751), la pieve divenne parte della neocostituita arcidiocesi goriziana, rimanendovi fino al 1818, quando fu trasferita all’arcidiocesi udinese. Nonostante la dipendenza dalla plebs, fin dal tardo Duecento a Castello la vita e le funzioni religiose ruotarono attorno al convento minorita di San Francesco, fino a quando questo non venne soppresso negli anni ’80 del Settecento, al tempo delle riforme statali di Giuseppe II d’Asburgo-Lorena.

1. La Società del Ritiro cristiano

A pochi anni dalla soppressione del convento minorita di San Francesco, giunse a Castello di Porpetto un piccolo gruppo di religiosi. Si trattava dei fratelli e delle sorelle della Società nota col nome de la Retraite chrétienne, ossia del «Ritiro cristiano», piccola congregazione composta da religiosi e da laici di entrambi i sessi, nata alla fine del Settecento a Les Fontenelles, villaggio della diocesi di Besançon, in Francia.

Il fondatore si chiamava Antoine-Sylvestre Receveur (Bonnétage, Doubs, 28 dicembre 1750 – † Cercy-la-Tour, 7 agosto 1804), un sacerdote con fama di asceta e noto per le sue qualità di predicatore. Negli anni precedenti alla nascita della Società, egli aveva intrapreso molte iniziative rivolte agli abitanti dei villaggi della sua diocesi, le quali prevedevano dei ritiri spirituali per adulti in ambienti appositamente destinati allo scopo. I partecipanti avrebbero avuto modo di dedicarsi alla preghiera e alla meditazione per un numero limitato di giorni (non più di dieci), senza correre il rischio di essere disturbati dal quotidiano scorrere degli avvenimenti della vita paesana. Queste iniziative ebbero un tale successo che diversi parroci gli chiesero di istituire ritiri anche nelle loro parrocchie.

Antoine Sylvestre Receveur
Ritratto a stampa del fondatore della Società, il sacerdote Antoine-Sylvestre Receveur, originario della diocesi di Besançon.

Fu sul solco di queste esperienze che nel 1789 padre Receveur decise di dar vita a un romitaggio nei pressi di Les Fontenelles, in una località montuosa e isolata conosciuta come Froide-Combe, luogo dove gli aderenti, sia donne che uomini – quest’ultimi sia laici che sacerdoti – divisi in case diverse, avrebbero potuto condurre una vita spirituale senza compromessi, sottomettendosi a una regola severa che prevedeva una condotta modesta, dedicata alla preghiera, alla meditazione, agli esercizi spirituali, al lavoro quotidiano volto al mantenimento del gruppo, all’accoglienza di ospiti e forestieri, nonché all’istruzione e all’allevamento degli orfani.

L’esperienza iniziale a Froide-Combe fu piuttosto breve. Tre anni dopo l’istituzione del romitaggio, i confratelli furono costretti ad abbandonare precipitosamente la Francia, attraversata dai moti rivoluzionari. Senza pretesa di riassumere gli eventi di quei burrascosi anni, il 6 aprile 1792 l’Assemblea costituente, con spirito laico e anticlericale, aveva proibito pubblicamente a tutti i religiosi di indossare l’abito del proprio Ordine, provvedimento al quale i Solitari, non si sa se per sfida o per ignoranza, non ottemperarono. Fu così che il 23 ottobre del medesimo anno essi abbandonarono il paese, iniziando un periodo decennale di estenuanti peregrinazioni attraverso la Svizzera, la Baviera, l’Austria e l’Italia.

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Un nuovo dibattito sui miracoli

Franca Mian

Qualche annotazione su Un nuovo dibattito sui miracoli (Nova de miraculis disputatio), di Pietro Edo, a cura di M.Venier, Accademia S.Marco, Letteratura 15, Pordenone 2024.

Il lavoro è pregevole in quanto offre la traduzione italiana del testo latino, con le aggiunte rinvenute nel cod. H di Baltimora, più recente (1497), mentre l’altro, precedente, di Vienna(W) ha la redazione del 1493.

Il trattato, sotto forma di dialogo, riporta la conversazione avvenuta tra il letterato pordenonese Pietro Edo (1426-1504) e il laureato in utriusque iuris, liturgista, arcidiacono della Chiesa di Aquileia e decano del Capitolo udinese Giacomo Gordino (nativo di Marano, m. nel 1510) su determinati fatti, miracolosi o meno, avvenuti presso una chiesetta di Fanna (PN), attuale Madonna di Strada, indicata come “sacello” o “edicola”.

Ma l’inquadramento storico dei “fatti” del detto “sacello”, che sembrano addotti da Edo a motivo principale per avviare il Dibattito, è qui del tutto mancante.

In più essi non risultano contemplati in altre fonti.

L’esordio del Gordino in merito è cupo, radicato in una avversione-a nostro parere-manifesta, perché offre un insieme di indicazioni negative: a) l’edificio sacro era di un malfattore; b) il sacello era solitario, abbandonato, miserevole, meta di pascolo per il bestiame e ricovero di granaglie; c) era un luogo di convegno per persone rustiche e ignoranti.

Invece è accertato storicamente che il piccolo manufatto in rovina, fatto chiudere ad ogni accesso per ordine del vicario di Concordia Francesco da Motta, dopo la fine del 1400 venne ricostruito per volontà popolare,adombrata dalla leggenda d’un miracolo per tre volte ripetutosi facendo sì che la devozione mariana continuasse a fiorire in quel luogo ameno presso il Colvera.

Si notano nel testo emersioni sincretistiche, residui pagani di miti e consuetudini che mai abbandonarono il Cristianesimo. Anche l’insieme quasi “aforistico” su indicato del giurista Gordino potrebbe aver sottinteso la stigmatizzazione, peraltro solo in ordine ad un “sentito dire”, ritenuto affidabile, di certi fatti popolari e pratiche ivi manifeste, comunque – riteniamo- non con certezza aliene da devozione e da speranza cristiane, quindi senza probabili legami individuali di solidarietà nella perdizione diabolica, come invece indurrebbe a pensare il Dibattito. Anzi, noi avanzeremmo l’ipotesi che al fondo di questo movimento popolare ci fosse il desiderio di veder ricostruito il sacello, come poi avvenne.

Santuario di Madonna di StradaSantuario di Madonna di Strada (Fanna, PN) da F. Mian. Addenda in Mir russi con profili antropologici d’Eurasia , ed. Chiandetti, Reana del Rojale 2005, p.385.

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Storia di Fraforeano

Gianfranco Ellero
Fraforeano - Gianfranco Ellero

Il 10 maggio scorso nella sala del Consiglio comunale di Ronchis, Federico Vicario, Presidente della Società Filologica Friulana, e Pierluigi Grandinetti, già docente dell’Università Iuav di Venezia, hanno presentato “Fraforeano. Da Furfurius ai de Asarta” di Gianfranco Ellero, terza edizione ampliata della storia del paese: le prime furono stampate da Ribis nel 1985 e nel 1989, la terza dalla SFF per la collana “Genti e luoghi del Friuli”.

Dopo il saluto di Valentina Maurizio, Vicesindaco di Ronchis, Federico Vicario ha illustrato l’alto significato del “Vocabolariut di Frofeàn”, che integra in maniera innovativa il racconto storico, e Pierluigi Grandinetti ha concluso la sua analisi con le parole: “Complimenti a Gianfranco Ellero per il suo libro: una vera eccellenza!”. Alla fine il Sindaco, Manfredi Michelutto, ha donato all’A. lo stemma del Comune.

Alla cerimonia erano presenti alcuni laureati in architettura dell’Università Iuav di Venezia, autori di progetti esposti a Fraforeano in una mostra dell’aprile 2017.

Molteplici, quindi, i motivi di interesse di questo nuovo libro che può ben essere definito multidisciplinare; e per toccare i vari campi di scrittura abbiamo scelto di segnalarlo con un’intervista all’Autore (a cura di Enrico Fantin).

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Casarsa e i suoi Eroi vittime a Podrute durante la missione della Comunità Europea ECMM nella ex Jugoslavia

Carmela De Caro

Casarsa della Delizia non ha mai dimenticato gli eroi di Podrute, tanto da intitolare loro una piazza e un monumento nell’ottobre 2007. In questo luogo il sette gennaio anniversario dell’eccidio, si svolge una cerimonia commemorativa. Il Comune, anche su proposta del 5º reggimento Aves Rigel di Casarsa, vuole mantenere vivo il ricordo delle vittime di quel giorno, in cui un elicottero con le insegne della Missione Europea di Monitoraggio, mentre sorvolava la cittadina croata di Podrute, venne abbattuto da un Mig jugoslavo. «Sono trascorsi 15 anni da quella tragica giornata, che non soltanto ha sconvolto la comunità civile e militare di Casarsa, ma tutta l’Europa», aveva sottolineato nel 2007 l’allora sindaco Angioletto Tubaro, aggiungendo: «Le forze armate, impegnate all’estero in missioni di pace per aiutare popoli meno fortunati di noi, hanno il ruolo di cavalieri dell’epoca moderna. Dobbiamo essere vicini ai nostri uomini. Abbiamo il dovere della memoria. Questo vuole essere il nostro parco della rimembranza, come ce ne sono tanti per i 600 mila caduti italiani della prima guerra mondiale».

Monumento a memoria PodruteCasarsa. Monumento a memoria delle vittime dell’eccidio di Podrute.
Antefatto

Fino al 1989 la R.F.S. di Jugoslavia con capitale Belgrado e circa 24.000.000 abitanti era composta da sei repubbliche indipendenti: Bosnia E.Z , Croazia, Macedonia, Montenegro, Serbia e Slovenia, a regime comunista dal 29 novembre 1945 quando il generale Tito e il suo esercito liberarono il paese dai nazisti e imposero la convivenza etnico-religiosa alle sei repubbliche.

Di fatto, la maggioranza della popolazione era Serba, in quegli anni di otto milioni di abitanti, poi vi erano quattro milioni di Croati; a seguire Sloveni, Macedoni, Montenegrini e minoranze Albanesi e Ungheresi. Il 41% della popolazione era ortodossa, il 32% cattolica, l’11% musulmana. Convivenza difficile per tradizioni economiche, vicende storiche e altro. Le cose ressero per un periodo poi la fine. Il segnale della rottura arrivò dal Kosovo in cui viveva anche una minoranza albanese. Furono i minatori a proclamare uno sciopero a cui Belgrado rispose applicando lo “stato di emergenza” con lo schieramento dell’esercito federale. A settembre la Slovenia dichiarò la propria indipendenza. Nell’aprile del ’90 fu la volta della Croazia che si schierò con l’Unione Democratica Croata. La Slovenia, a dicembre, dichiarò la propria indipendenza e l’8 settembre fu la volta della Macedonia. L’Europa seguì il dramma balcanico e nel ’91 decise di inviare in Iugoslavia i propri rappresentanti sotto l’egida della C.E. E.col compito di osservare il ritiro delle truppe federali iugoslave dalla Slovenia e Croazia e favorire la pace in una nazione vicina.

La C.E. stabilì il suo Quartier generale a Zagabria, all’hotel “ I” e denominò la sua missione “European Community Monitor Mission”.

Alla missione parteciparono 12 stati membri della Comunità Europea e 4 della C.S.C.E,Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa ovvero Canada, Svezia, Polonia e Cecoslovacchia.

L’Italia era presente con la delegazione civile più numerosa, dipendente dal Ministero degli Affari Esteri, in uniforme bianca priva di gradi e contrassegni di nazionalità. La presidenza del mandato fu affidata all’ Olanda e alla sua componente elicotterista, specificità della missione.

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Lionello Galasso: opere e disegni a Ronchis

Benvenuto Castellarin
Lionello GalassoIl professore e scultore Lionello Galasso: 1924-2008.

Lionello Galasso è nato Ronchis, nel Borgo delle Massille, il 24 giugno 1924, da Antonio e Maria Mauro di Latisana.

Dopo le scuole elementari ebbe a frequentare la scuola serale di disegno a Latisana, direttaallora dallo scultore Francesco Ellero, il quale ebbe subito a notare la predi- sposizione del giovane allievo per la scultura e accogliendolo nel suo studio latisanese. Come ebbe a scrivere Enrico Fantin in Lionello Galasso un artista e maestro di vita, catalogo delle opere edito da la bassa nel 2007, a cui rimandiamo per ulteriori notizie. Nel 1938-39 operò a Ronchis Gian Maria Leps- cki, professore all' Accademia di Belle Arti di Venezia, chiamato dal parroco don Giovanni Battista Trombetta a dipingere un affresco nella cappella dei Caduti nel cimitero appena costruita.

Il maestro ebbe modo di conoscere Lionello e di valutarne il talento artistico consigliandolo di frequentare la Scuola d’Arte di Venezia. Cosa che lui fece con grande sacrificio poiché la famiglia non disponeva di grandi risorse, diplomandosi a pieni voti nel 1951.

Io lo conobbi nel 1954 durante le riunioni preparatorie delle Grandi Mascherate roncoline, le quali portarono Ronchis all’apice regionale dell’arte carnevalesca. Il prof. Lionello Galasso allora fu il vero artefice di tutti i mascheroni e i carri allegorici in cartapesta delle mascherate del 1955, 56 e ’62.

Del suo talento rimasi ammirato di come sapeva creare con della semplice carta da giornale delle opere carnevalesche che stupirono tutti noi. Il grande re carnevale, il vascello con personaggi televisivi dell’epoca, l’ «Amico degli animali», l’ «udinese in crisi», la pagoda, l’igloo, i minareti e la moschea, dei «Friulani nel Mondo» e ancora Coppi e Bartali, il cannone detto “Bombe di Roncis” che sparava coriandoli.

E’ grazie a lui se in quell’epoca Ronchis venne ammirato in Friuli e allora venne chiamato la «Viareggio friulana». Un secondo personale incontro lo ebbi con lui alla fine degli anni ‘60 quando da adulto feci l’esame di terza media: lui era professore di disegno alla scuole medie di Latisana e ricordo che fu lui, quale componente la commissione esaminatrice a farmi delle domande molto «pratiche» e fui promosso.

In quel periodo il prof. Galasso si era unito in matrimonio con Luciana Caucig e si era trasferito a Latisana.

Un terzo incontro lo ebbi nell’aprile del 1991 quando assieme ricevemmo l’onorificenza di cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica dall’allora presidente della Regione Friuli- Venezia Giulia, Adriano Biasutti ; « Per il suo impegno nell’arte scultorea e per la sua disponibilità in occasione di molte iniziative culturali».

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Alcune note sulla cappellania e parrocchia di Campomolle

Benvenuto Castellarin

Che la chiesa di Campomolle sia stata, fin dall’antichità filiale della pieve di santo Stefano di Palazzolo, lo si deduce da un documento del 1247, pubblicato nelle Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Venetiae-Histria-Dalmazia, Città del Vaticano MDCCCCXLI, a cura di Pietro Sella e Giuseppe Vale a p. 23. In tale documento, riportato anche da Giuliano Bini nella sua approfondita opera “… Sanctorum Steffano et Laurentij alterius Patroni”. La Chiesa nella storia millenaria di Palazzolo, Pasian di Prato (UD) 2013, p.17, fra le altre ville che componevano la pieve vi è anche Villa Caperioli, che non può essere che un chiaro riferimento a Campomolle.

La chiesa di Campomolle dedicata a San Michele Arcangelo, rimarrà per mol- to tempo cappellania della pieve di Palazzolo.

Della cappellania o curazia di Campomolle si parla nella visita pastorale effettuata dal vescovo Bortolo di Porcia su incarico dal patriarca di Aquileia Giovanni Grimani nel 1570. Di questa visita ne fa la cronaca con numerose considerazioni Antonio Battistella in un articolo pubblicato nelle “Memorie storiche forogiuliesi”, dal titolo: “La prima visita apostolica nel Patriarcato aquileiese dopo il Concilio di Trento”, vol.III, del 1907, p. 84 e segg. L’arti- colo continua nel vol. IV , p. 17 e segg. Nelle pagine 20-22, il Battistella pubblica un prospetto dove sono segnate le parrocchie, vicariati e i loro borghi il numero delle famiglie ed il numero delle persone che erano in età di comunione.

Mentre per Driolassa vi è la nota dipendente da Palazzolo nello Stato veneto, per Rivarotta e Campomolle questa nota non c’è. Ciò farebbe presupporre che Campomolle con le sue 12 famiglie e con 40 comunicanti non fosse più una filiale della pieve di Palazzolo.

Parrocchie della Bassa FriulanaLe parrocchie della Bassa Friulana appartenenti all’arcidiocesi di Gorizia con i decanati di Driolassa, Ontagnano e Visco. Particolare della carta pubblicata in: Carlo M. d’Attems. Atti delle visite pastorali negli arcidiaconati di Gorizia, Tolmino e Duino dell’arcidiocesi di Gorizia, a cura di Franc Kralj e Luigi Tavano, Gorizia 1994, LXXIII.

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Marchi di fabbrica del periodo romano inediti da Muzzana del Turgnano

Renzo Casasola

Il recente contributo sul periodo romano di Muzzana del Turgnano, edito dal PIC (Cividini, Maggi 2022), raccoglie in una corposa monografia tutte le testimonianze archeologiche edite ed inedite del suo distretto. Nel lavoro certosino svolto dalle curatrici, che spazia della raccolta dei dati d’archivio nelle varie sedi museali regionali, e la successiva catalogazione di centinaia di reperti, si attesta la presenza romana in 29 siti distribuiti sul territorio comunale, in particolare lungo il paleoal- veo Pleistocenico del fiume Cormor.

Tra il numeroso ed eterogeneo materiale archeologico recuperato spiccano per numero le anfore vinarie e olearie del tipo Lamboglia 2, Dressel 6, le Africane, e i numerosi marchi di fabbrica impressi su laterizi. Ciò testimonia la vivacità com- merciale e produttiva delle ville insediate in questo territorio attraversato dalla con- solare via Annia ed inserito tra la linea inferire delle risorgive e la frangia dell’alta linea di costa lagunare. Dalle successive indagini di superficie, effettuate nei singoli siti archeologici, sono stati raccolti centinaia di frammenti di anfore (orli, anse e puntali), di ceramica da mensa (sigillata gallica, aretina, fine e grezza), tessere musive policrome, pesi di telaio, frammenti di metallo, vetro, marmorei, e di laterizi con impresso il marchio di fabbrica. La totalità dei reperti raccolti, naturalmente, si presenta frammentata, soggetta al degrado del naturale trascorrere del tempo, ed alla pressione antropica esercitata sui siti negli ultimi decenni 3 .

In questo contributo, e ad integrazione di quanto è già stato edito, si dà notizia di quindici marchi di fabbrica inediti, impressi su tegula, la maggior parte dei quali conserva solo alcune lettere del tria nomina ma sufficienti ad identificare la gens del produttore. Le denominazioni delle specifiche località ed i numeri progressivi dei siti archeologici, infine, fanno riferimento a quelli segnalati in Cividini, Maggi 2022. Per alcuni di essi, ad integrazione di quanto edito, è stata aggiunta l’antica e corretta denominazione topografica, desunta dagli atti d’archivio notarile del periodo feudale patriarcale e veneziano.

[M.] ALB[I MACRI] - Marcus Albius Macrus
Fr. di tegulaFr. di tegula; dim.: 6,0 x 7,0 x 3,3 cm.

Composizione: impasto giallo-rossastro con grossolane inclusioni ceramiche; reperto molto frammentato, friabile, e in cattivo stato di conservazione.
Bollo sciolto su tegula senza cartiglio, a lettere capitali incavate, libere, con apicature e senza nessi. Il bollo riporta la formula del tria nomina di Marcus Albius Macrus, già attestato nel sito con quattro esemplari, e ritenuto un prodotto con raggio di diffusione medio, in quanto distribuito in tutto l’arco adriatico dal Piceno alla Dalmazia (Gomezel 1996, p. 81) 4 . Da alcune note d’archivio si ritiene che l’impianto produttivo (figlina ) fosse quello identificato in località Stroppagallo, nel Comune di Pocenia (Cividini, Maggi 2022, p. 266). Reperto raccolto da indagine di superficie (a.2024), in località Baroso nel sito n. 18 (Cividini, Maggi 2022: 262-285), ex UA Muzzana 009. Datazione: entro la prima metà del I sec. d.C.; n. inv. MdT18LaB2.

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Demolito lo storico nosocomio a Latisana per una nuova sanità

Enrico Fantin

Più volte attraverso la nostra rivista siamo intervenuti per rievocare la storia dell’Ospedale cittadino e ultimamente anche in sua difesa per salvaguardarlo dai tagli del personale che dal trasferimento di alcune attività specialistiche.

Era il mese di febbraio 2023 quando il Presidente della Regione Massimiliano Fedriga e l’assessore alla Salute Riccardo Riccardi arrivarono a Latisana per presentare le linee di intervento e degli investimenti del Pnr e dei fondi regionali e statali per il presidio e per il Distretto Sociosanitario Riviera Bassa friulana.

In quella sede, alla presenza del sindaco Lanfranco Sette e del direttore dell’Azienda (AsuFc) Denis Caporale veniva annunciata “una disponibilità di oltre 21 milioni di euro per potenziare e modernizzare un presidio ospedaliero strategico per la Bassa friulana, anche con l’attivazione di una tac altamente performante di ultima generazione”. Nello specifico, spiegarono che “l’intervento prevede l’attivazione di un ospedale di comunità e della casa di comunità nell’area del presidio ospedaliero di Latisana, con la realizzazione ex novo di un edificio che sorgerà al posto del padiglione vecchio, con la finalità di ospitare in maniera appropriata i servizi sanitari. I fondi a disposizione ammontano a 10 milioni di euro, di cui oltre 5,8 stanziati dalla Regione”.

Veniva inoltre ricordato che l’ospedale di comunità sarà una struttura interme- dia tra quello vero e proprio e la casa di comunità, a sua volta sede di un team composto da medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, medici specialistici, infermieri di comunità, assistenti sociali e altre figure.

Or bene, ai primi di gennaio 2025 venne Or bene, ai primi di gennaio 2025 venne iniziata l’operazione di demolizione dello storico nosocomio.

Quello che vogliamo brevemente illustrare sono alcune fotografie della sua demolizione in atto e rimarcare la storia di come fu costruito e ampliato mediante la beneficenza di emeriti cittadini.

Nel maggio 1910 venne posata la prima pietra e l’inaugurazione avvenne nel 1912.

Una lapide marmorea con incisi i nomi dei principali benefattori ne testimonia la loro generosità.

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Nel 60° anniversario dell’alluvione del Tagliamento a Latisana. 1965-2025. A margine della Commemorazione del 2 settembre 2025 e altre testimonianze

Enrico Fantin

L’alluvione è una foto in bianco e nero. È lo sguardo verso l’argine rotto di chi ha perso tutto e una casa non ce l’ha più. È il fango, sono le macerie ai lati delle strade. Sono i morti e i soccorsi a chi ha bisogno di cibo, sono mani che spalano, che aiutano, che salvano vite. È la paura, è l’acqua che seppellisce, distrugge, travolge, trascina via tutto. Istantanee di una tragedia che Latisana oggi vuole ricordare. Per far diventare questa memoria, sessant’anni dopo, un momento di comunità, di legame profondo, di consapevolezza. Da cui (ri)partire per costruire una nuova visione condivisa sul futuro del Tagliamento. E lo farà oggi, nella giornata della commemorazione promossa dal Comune in collaborazione con il Comitato 60º alluvione. Per ricordare cosa accadde il 2 settembre 1965. Un evento che è memoria, prima di tutto. E che diventa occasione per unire – e lo confermano le presenze all’evento dei rappresentanti di tutti Comuni dall’alto al medio corso del fiume –, una identità che travalica i confini comunali e coinvolge tutta la comunità friulana nel prendersi carico delle opere necessarie per ridurre il rischio idrogeologico. (Viviana Zamarian)

LE OPERE CHE EVITANO VITTIME E DANNI

La fine di un’epoca. La celebrazione del 60º anniversa- rio dall’alluvione del Tagliamento che il 2 settembre 1965 flagellò la Bassa friulana, causando vittime e danni soprattutto a Latisana, è una ricorrenza che segna “un prima e un dopo” l’evento stesso. Gli anniversari decennali precedenti hanno rappresentato momenti di condivisione di un fatto traumatico che ha colpito soprattutto la nostra comunità, principalmente per onorare la memoria di chi nell’alluvione ha perso la vita, e per rincuorare la comunità latisanese che in quel frangente ha vissuto la sofferenza e lo sgomento provocato dalla distruzione della propria città.

Nel corso dell’ultimo decennio è cambiato il mondo.

Questo si suole dire, ed è vero se si pensa che sono cam- biati il clima, la demografia, i riferimenti socioeconomici che sorreggono le nostre comunità, soprattutto locali.

È un’evoluzione che ha reso desuete le contrapposizioni ideologiche, soprattutto se fondate su regole del passato, non più attuali perché i problemi atavici in tutti i settori della vita sociale possono ora essere risolti con le nuove tecnologie, basate sulla possibilità di condividere in tempo reale e a livello planetario, la soluzione alle problematiche stesse che in tutto il mondo vengono inventate e adottate. Sembra impossibile, eppure, per mezzo secolo, nell’ambito della nostra comunità regionale, e addirittura tra le comunità rivierasche del fiume Tagliamento, ci si è scontrati, rifiutando il dialogo e purtroppo facendo mancare la solidarietà tra le comunità stesse, con lo scopo di mantenere lo “status quo” perché solo così si sarebbe potuta preservare la “naturalità” del fiume. Ad onor del vero va detto che questo “movimento”, spesso politicizzato o comunque strumentalizzato a vario titolo, non ha caratterizzato solo il nostro territorio, avendo annoverato adepti più o meno sinceramente convinti ovunque, a livello nazionale e non solo. Le tragedie dell’ultimo decennio, però, hanno imposto l’assunzione della consapevolezza che il progresso scientifico e quello tecnologico ormai acquisiti possono e devono coniugare la preservazione dell’ambiente con la sicurezza delle comunità.

Pertanto, giustamente l’Ordinamento della giustizia che la nostra Repubblica ci assicura, per una vita sociale nel rispetto reciproco tra noi cittadini, dei diritti fondamentali di ognuno di noi, sanziona severamente coloro che, chiamati a rivestire ruoli di responsabilità pubblica, non fanno quanto dovuto per impedire il verificarsi di tragici eventi che, come l’alluvione del 2 settembre 1965, si è verificata a Latisana. Le tragedie nazionali per i più recenti eventi alluvionali testimoniano come le opere di laminazione che solo in seguito vengono realizzate, a tragedia purtroppo avvenuta, avrebbero evitato decine di vittime e miliardi di danni se fossero state realizzate tempestivamente.

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Int di flun

Benvenuto Castellarin

Di cuant chi l’on al è on al è zût, avint la pussibilitât, a logâsi vissin dai fluns o cors di aghe. I fluns, sie ch’a sein torens o di risorgive a partin, pì o mancu di corse, aghe e l’aghe a e vite , vite pa’ la int, pai nemâi, pa li plantis.

Tant preziose a è chiste aghe che il flun, ta li feveladis furlanis al ven scuasi simpri clamât semplicementi l’aghe: iessi di cà o di la da l’aghe, un fil di aghe, e vie indenat. Il tiamin flun al è scuasi simpri compagnât di une cualificazion, il flun Stele, par esempi, opur come in chiste fevelade int di flun.

Int di flun, duncie. Se cialin une ciarte fisiche, o miôr une idrografiche dal Friûl, soredut a la Basse, i vedaressin che pûs paîs a son senze un cors di aghe, ansi, chisciu, par iessi pì stabii da li tiaris a àn fat di cunfin fra i antichis comuns rurâi.

Naturalmenti no dute la int a pol iessi classificade int di flun, ogni flun al à la so storie particolâr, il flun Stele par esempi nol pol iessi paragonât al Tiliment o al Lusinz, di conseguenze encie il rapuart cu la int ch’a à vivût o ch’a vîf diluncsù il siò cors al sarà diviars.

Ochi i disarai alc su la int ch’a à vivût soredut pres l’ultin trat dal flun Tiliment, dal moment che al è chel che i conos miôr, naturalmenti di chel Tiliavemtum Minusque segnalât di bande di Plinio tal 77 d.C.

I storics a ni disin che scuasi di sicûr diluncsù il sio cors si son fermâs int che a fevin part dai Euganei (sec. XII a.C.), dai Paleovenitis (sec. X a.C,), e tal trat superior, int celtiche o miôr galiche-ciargnele.

A sostegnu di chiste tesi al è il non che al è un derivat di une vôs preromane (forsi celtiche o preceltiche *telia ‘tei’ ven a stâi Post, lûc dulà che a è bondanse di albars di tei.

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Lingua e linguaggio segni del cambiamento. Come e cosa si parla nella Bassa

Roberto Tirelli

Per definire quali sono i fenomeni che determinano i cambiamenti sociali solitamente si usano parametri economici o comportamentali o culturali, ma a ben vedere a questi c’è da aggiungere un altro aspetto: la lingua parlata correntemente e il linguaggio usato.

Nella Bassa friulana oggi questi segnali relativi al parlare non sono da omettere o confinare in secondo piano perché aiutano a capire il momento storico in cui vi- viamo e a mettere in esame quanto diamo per scontato e che invece scontato non è.

C’è evidentemente la lingua ufficiale che proprio per essere tale è quella imposta dalla realtà dominante ieri la Serenissima oggi l’Italia. I rapporti ufficiali si tengono in italiano così come si esprimono in italiano la gran parte degli organi di comunicazione. È’ qualcosa di universale e sinora la lingua è passata dal formalismo, ottocentesco erede delle precedenti espressioni rinascimentali, ad una versione più snella complice la televisione. Tant’è vero che nel secolo scorso l’evoluzione della società locale e nazionale è andata di pari passo con l’adozione di un italiano più popolare e meno intellettuale, in parallelo anche con la mutazione del linguaggio influenzata dalla televisione.

Il cambiamento odierno è inquadrabile, non solo nella Bassa friulana, un passaggio dovuto da un lato al progressivo abbandono di grammatica e sintassi, per una anarchia espressiva, dall’altro lato dalla erosione che sta subendo a favore dell’inglese. Ci sono vocaboli di uso comune che non hanno alternativa all’inglese e ciò denuncia oggi la debolezza dell’italiano anche come lingua ufficiale.

A denotare però il carattere di una società locale non è la lingua ufficiale, se pur importante, ma la lingua colloquiale, personale, familiare e paesana. In questo caso vanno analizzate le situazioni del friulano e, sia pur non lingua, il veneto.

Nel secolo scorso almeno sino alla Seconda Guerra mondiale il friulano rimaneva la lingua locale dominante. È vero che vi erano delle spinte a non parlarlo in pubblico perché ritenuto una lingua inferiore, espressione del passato contadino e incapace di rappresentare una diffusa aspirazione ad accedere alla classe borghese, ma tutto sommato ha resistito. Nella seconda metà del secolo poi sono stati presi dei provvedimenti che hanno avuto come finalità agevolare l’uso e l’apprendimen- to della lingua friulana. Quanto ha contato questa rivalutazione della lingua? A giudicare dai risultati non molto perché il dialetto veneto è dilagato come lingua quotidiana.

Purtroppo il friulano finisce per essere percepito, soprattutto nella sua più ostica espressione scritta, una lingua non da usare sempre e in privato, ma solo in determinate occasioni pubbliche, una materia scolastica come le altre per i ragazzi che frequentano i corsi.

Cos’è mancato allora? E’ mancato l’uso familiare soppiantato dal veneto, non sempre per mala volontà, ma per caso in quanto solo nella comunicazione quotidia- na è possibile mantenere la fedeltà al parlato friulano. Vaste zone del Friuli, anche al di qua del Tagliamento, ormai sono votate ad esprimersi prevalentemente in un dialetto veneto a colmare il vuoto lasciato da un friulano in fase di ritirata.

Che cosa c’entra questo con il cambiamento sociale? Non è più una questione di classe, ma di mentalità portata all’appiattimento delle diversità. Parlare friulano non è più qualcosa di negativo, ma rientra fra le categorie dell’ “inutile” perché quanto produce di vantaggioso non appartiene alla sfera pratica, il veneto, non suscitando maggior interesse, riesce ad essere maggiormente comunicativo. La componente sociale che usa il veneto è quella emergente, mentre chi usa il friulano appartiene alla recessione-sostiene un osservatore del fenomeno.

Forse non è chiaro il da farsi in rapporto alla situazione che si è venuta a creare per la marilenghe accompagnata anche da una involuzione del linguaggio che, spesso, in questi ultimi tempi è diventato volgare e non di rado violento. Lo si può constatare da quali parole si usino di più oggi rispetto a quelle che si usavano ieri. Una società sempre più competitiva non sempre trova parole che provengono da una società sostanzialmente stabile se non immobile.

L’uso di una lingua e di un linguaggio promuove una certa tipologia sociale o la riflette. Il guaio sta nel fatto che non ci sono maestri in grado di dare degli indirizzi per esempio ai genitori nei riguardi della educazione dei figli anche in questi aspetti apparentemente marginali.

In effetti c’è uno scambio continuo fra la società locale che fa innovazione e come essa si esprime al tempo in cui la comunicazione è sempre meno inter-personale e sempre più intermediata.

Alla sociolinguistica spetta interpretare questo processo nella Bassa friulana come dissoluzione del concetto di comunità linguistica che vi corrispondeva. La lingua non è solo un fatto culturale, ma anche sociale e l’evoluzione è tuttora in corso non nel senso migliore delle attese. In ogni caso mantenere viva la lingua friulana non come accademia, ma come espressione condivisa è oggi una missione che trova ostacoli enormi però dà a chi la persegue non pochi meriti anche in una realtà sociale assai distratta su queste tematiche.

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Don Angelo Querini (1909-2004)

Gianfranco Mossenta

Nacque il 4 novembre 1909 a Baden, nella regione tedesca del Baden Württemberg, da Pietro Querini e Pasqua Pezzetta, dato che i genitori erano emigrati, per lavoro, da Basaldella di Campoformido.

La famiglia era composta, pure, da quattro fratelli, Maria e Attilio (deceduti in giovanissima età), Attilia (trasferita, da sposata, in Valle d’Aosta), e Giuseppe (accasatosi, in seguito, a Basaldella).

Ritornata la famiglia in Friuli, Angelo decise di entrare nel Seminario di Udine, iscrivendosi alla prima liceo nell’anno scolastico 1930/31, assieme ad altri sessanta giovani; il Rettore, all’epoca, era mons. Luigi Venturini.

Fu ordinato sacerdote il 18 luglio 1937. In quell’anno ben quaranta furono i nuovi presbiteri, pari al 65,6% degli iscritti.

I primi tempi, don Angelo esercitò il proprio ministero in qualità di vicario parrocchiale a Muzzana del Turgnano. Vi rimase lì quattro anni, dal 1937 al 1941 e, in tale periodo, partecipò all’iniziativa e progetto di ampliamento della chiesa (aggiunta del transetto e dell’abside) collaborando con il parroco, don Giovanni Battista Facci; non vide la conclusione delle opere in quanto, nell’autunno del 1941 fu trasferito, con gli stessi incarichi, nella parrocchia di Colloredo di Prato.

Tale trasferimento avvenne in seguito all’allontanamento del precedente cappellano, che non era stato in grado di coltivare un buon rapporto fraterno con il parroco, don Pietro Sgoifo, rendendo l’anziano sacerdote assai stanco e demotivato. L’arrivo del giovane don Angelo portò una ventata di serenità sia a quest’ultimo sia all’intera comunità di Colloredo, la quale abbracciò simbolicamente, fin da subito, l’operato del nuovo vicario parrocchiale. Ci trovavamo nel periodo cruciale del secondo conflitto mondiale, e dunque anche Colloredo di Prato fu costretta a piangere i suoi morti, tra i quali vanno ricordati i cinque martiri trucidati all’interno di una corte del paese. Questo episodio scosse la comunità intera a tal punto che, durante la relativa cerimonia funebre, don Angelo lesse parole di conforto verso i familiari dei Caduti.

Appena terminato il conflitto bellico, a Colloredo di Prato, il 14 ottobre 1945, ci fu l’inaugurazione ufficiale delle nuove campane, sostituite a causa del deterioramento delle precedenti.

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I misteri della missione “Fabio” nella Bassa friulana

Roberto Tirelli

Sono passati ormai ottanta anni dalla fine della seconda guerra mondiale, ma non tutto ancora di quegli anni è stato rivelato, soprattutto in Friuli, nei mesi che vanno dall’8 settembre 1943 al 1 maggio 1945. Questa era un’area cruciale non per le sorti del conflitto, ma per quelle successive. Tenerne il controllo era una priorità per cui qui confluirono anche problemi che forse non interessavano la realtà locale, ma si inquadravano nei massimi sistemi della politica globale. Solo così, appunto, si spiega il perché di certe cose non si è ancora venuti a capo.

Uno di questi casi che tuttora rimangono nell’ombra riguarda la missione “Fa- bio” nella Bassa friulana, comandata da un giovane ufficiale triestino, Vinicio Lago, nato nel 1920. Spesso si confonde questa missione con quelle degli Alleati america- ni o inglesi che effettivamente operarono soprattutto nella zona montana del Friuli. La missione di Fabio è del Regno del sud, del quale si sa poco anche se rappresenta la continuità istituzionale della monarchia. Chi prese la decisione di mandare que- sta missione e per quali finalità pare sia tuttora un segreto di stato.

Lago ha l’incarico di trasmettere informazioni sulla Bassa friulana e, date le sue origini triestine, pare anche di infiltrarsi in città, anche se questa potrebbe essere una sua iniziativa personale e non oggetto degli ordini ricevuti. Per raccogliere le informazioni si serve della rete degli appartenenti all’Osoppo con la protezione del gruppo di fuoco di Torviscosa comandato da Dick Dalla Pozza. A recapitare le notizie sono un gruppo di giovani donne come la sorella di Dick, Tina Picotti di Mortegliano, ma soprattutto quella che viene considerata la miglior staffetta osovana Cecilia Deganutti. Fabio riesce anche con l’aiuto di don Enrico D’Ambrosio parroco di Sant Andrat e di don Alessandro Snaidero cappellano di Mortegliano, un’ampia e funzionale tanto da alimentare due trasmittenti e far irritare i tedeschi sempre più ansiosi di far tacere quei segnali tanto numerosi e frequenti. E forse non solo i tedeschi.

Un impiego di così tante persone e una quantità di messaggi inusuale non può che far pensare ad un obiettivo importante da raggiungere, ma non si riesce a capire che cosa ci fosse allora di tanto strategico nella Bassa per il governo del sud. C’è, però, in tutta questa organizzazione un punto debole: il marconista.

Ha il nome di battaglia di Marco (che non è altro se non l’abbreviazione appun- to di marconista), non è conosciuto il suo vero nome, nemmeno da Fabio che se lo vede aggregare. Anche le successive ricostruzioni che suggeriscono nomi e cogno- mi sono solo ipotesi perché gli archivi del SIM sono ancora chiusi.

Le regole vogliono che fra marconista e capo missione si tenga, per sicurezza, una distanza e che fra i due ci sia il solo contatto per il passaggio dei messaggi ri- cevuti e da trasmettere. Pertanto Fabio non è in grado di controllare quello che fa Marco. E in effetti questi non fa nulla per nascondersi, corteggia qualche ragazza, si fa vedere in giro, va a comprare le sigarette e per strada incrocia qualche tedesco. Per due volte Fabio lo sposta, ma quando sta per spostarlo la terza volta Marco si fa arrestare a Torviscosa ove è collocata una delle due trasmittenti. Passa indenne dalla caserma Piave di Palmanova e anche dal carcere del Coroneo di Trieste, ovviamente o perché già complice o perché fin da subito collaborativo con la SD nazista.

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Antroponimia popolare: il valore dei soprannomi paesani

Roberto Tirelli

L’eredità del passato si manifesta in molteplici lasciti che vengono, purtroppo, dimenticati, uno dopo l’altro, spesso non per colpa di alcuno, ma il mondo cambia continuamente e soprattutto la civiltà rurale cui tutti, di una certa età, abbiamo appartenuto viene sistematicamente cancellata nei suoi contenuti.

Uno di questi è certamente il soprannome frutto di una conoscenza reciproca all’interno di una comunità paesana e di una confidenza che riguarda persone e famiglie nell’ambito di una vita in comune nell’arco della giornata. Nei paesi “dormitorio” come molti ne stanno diventando, non si conosce nemmeno il vicino di casa ed è già troppo se ci è noto il cognome.

Carla Marcato (in “Profilo di antroponimia friulana”) così definisce il soprannome:” Con soprannome si intende un elemento onomastico aggiunto al nome personale e può essere riferito a un individuo o anche appartenere a una famiglia; di frequente, comunemente parlando, si dice anche nomignolo.

Nell’accezione più estesa, il termine soprannome si riferisce a qualunque elemento che viene aggiunto al nome personale; in una più ristretta sono esclusi i patronimici e i matronimici. Non sono rari i casi di persone che possiedono più di un soprannome, per esempio quello ereditato per via paterna e quello per via materna, oltre a un sopranno- me individuale.

Il soprannome ha funzione identificativa come il nome e il cognome, ma ha caratteristiche proprie, tra le quali il fatto che tale sua funzione si collochi all’interno della comunità. Inoltre il soprannome può avere breve durata e una trasparenza che nomi e cognomi generalmente non hanno.

Anche per una voce come sorenom una fonte ricca di informazione è il Nuovo Pirona (Giulio Andrea Pirona – Ercole Carletti – Giovanni Battista Corgnali, Il Nuovo Pirona. Vocabolario friulano. Seconda edizione con Aggiunte e correzioni riordinate da Giovanni Frau, Udine, Società Filologica Friulana, 1992) che scrive: «L’uso dei soprannomi ha avuto la massima importanza nel periodo di formazione dei nomi di famiglia; ma ha tuttora un’importanza pratica e spesso anche ufficiale quasi dappertutto, all’infuori dei centri più grossi e più rimescolati, servendo a distinguer fra di loro varie famiglie che per derivare dallo stesso ceppo locale portano lo stesso cognome.

La creazione dei soprannomi continua, d’altra parte, ad essere spontanea ed abbon- dante, e merita rilevata se non altro perché offre qualche tratto di fresca osservazione popolana, o comica o satirica, qualche lampeggiamento di fantasia e di spirito”.

Se continuiamo di questo passo il soprannome non ha assolutamente futuro e la memoria orale che solitamente lo trasmette da una generazione all’altra viene meno. L’origine dei soprannomi sta nella comunità che li ha assegnati, è un codice “di sangue” (sanc dal mio sanc), generalmente sempre in lingua friulana, un segno che “serve ad individuare cognitivamente un individuo” (Zonabend)-

I soprannomi servono di supporto alla storia locale e fanno riferimento anche alla vita della comunità, percepita come immutabile nel tempo. Sono il simbolo di una appartenenza locale, un segno di integrazione nella comunità paesana.

Del resto anche la maggior parte dei cognomi nasce da un soprannome adottato dall’XI secolo in poi, ma si è consolidato con il riconoscimento legale. Il soprannome, invece, non viene trascritto sugli atti ufficiali e viene trasmesso solo oralmente fatta eccezione per qualche parroco diligente che nei registri parrocchiali lo ha riportato. Qualunque sia il motivo di un soprannome, una volta pronunciato, rap- presenta il passaggio attraverso un secondo battesimo, quello comunitario, e ancora oggi rappresenta un interessante esempio di usanza popolare e la vivacità espressiva è testimonianza di una comunità che desidera rimanere unita e non allontanare qualcuno dal suo contesto.

Per trattare del valore dei soprannomi mi servirò di quelli che conosco meglio, vale a dire quelli di Mortegliano ove la varietà di essi era vastissima e ricca di significati.

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Dai manoscritti medievali alla intelligenza artificiale: una riflessione per lo scrivere di storia

Roberto Tirelli

Negli ultimi mesi ho contemporaneamente avuto a che fare con un manoscritto medievale, con la stampa tradizionale attraverso la personalità di Gutemberg, la stampa digitale e l’intelligenza artificiale. Questo strana convivenza di interessi e di operatività mi ha portato ad una serie di riflessioni che concernono anche “la bassa” e lo sviluppo delle sue attività future, tenuto conto che essere presenti nella realtà culturale nel nostro Friuli oggi richiede dal punto di vista dei contenuti non poco impegno figuriamoci poi per la gestione soprattutto dopo l’introduzione del Codice del Terzo Settore.

Spesso abbiamo sottovalutato quella che è stata definita la “rivoluzione Gutemberg” cioè l’invenzione della stampa e la diffusione dei libri. Oggi, purtroppo, per la produzione “a valanga” di pubblicazioni di ogni tipo ogni anno escono dei titoli sempre più senza alcuna possibilità di essere letti. Vendono si e no qualche centinaio di copie supportati da molta pubblicità, un investimento che supera di molto il costo della realizzazione materiale, e vengono quasi subito ritirati dalla casa editrice per finire al riciclaggio. È uno spreco enorme di risorse che potrebbero essere impiegate dalla piccola editoria locale come quella espressa da “la bassa” con argomenti che interessano davvero la realtà odierna. Potranno essere senz’altro dei capolavori tutti i libri che quest’anno trattano di San Francesco, ma con tutto il rispetto per il patrono d’Italia, si era scritto a proposito ed a sproposito su di lui per secoli. Non saranno certo i “genietti” telegenici a dire qualcosa di più.

Tra parentesi stupisce come facciano a sfornare tanti libri con una vita pubblica intensa dal momento che chi veramente fa ricerca e scrive può sudare ore su una pagina. Forse sarà vero che sono geni, ma…

Ecco perché sono andato a casa del caro e vecchio Gutemberg a Magonza, Johannes o Henne Glensfleisch nato a fine XIV secolo il quale nel 1460 a Strasburgo ha realizzato la prima bibbia stampata. Senonché scopro che per finanziare tale opera aveva esordito nella stampa con la pubblicazione di due opere per il sultano turco: un calendario e una bolla. Nei secoli non è cambiato nulla.

La stampa a caratteri mobili e con il piombo è ormai consegnata alla storia, ma aveva qualcosa di più di quella digitale a freddo: la composizione sia manuale che con la mitica linotipe erano sempre più volte lette e rilette facendo si che il testo che ne usciva fosse non solo dell’autore, ma anche del tipografo.

Oggi la stampa è in crisi per i costi e soprattutto per la concorrenza della rete e delle comunicazioni attraverso i nuovi media. Molta gente e fra essa persino degli insegnanti nel corso di un anno non leggono neppure un libro, nemmeno se lo ricevono in omaggio. Le raccolte carta sono intasate dalle cessioni delle librerie familiari fatte da figli che non condividono la passione dei genitori per tutto ciò che è cartaceo. Il virtuale viene adottato con l’alibi purtroppo credibile che nelle case non ci sia sufficiente spazio e nella vita di ogni giorno sufficiente tempo per leggere.

L’avvento dell’e-commerce e delle tecnologie come la stampa digitale ha portato a un vasto aumento del numero di titoli disponibili. Se per la piccola editoria specializzata rappresenta un’opportunità, la crescita esponenziale rende ora più difficile per ogni libro raggiungere il suo pubblico. Internet, una volta uno spazio democratico, è ora un campo di competizione dove l’attenzione del pubblico è contesa, richiedendo investimenti significativi nelle infrastrutture tecnologiche. Si deve navigare attraverso una selva di piattaforme online, e-book, audiobook e social media.

Ha fatto irruzione in questi ultimi tempi l’intelligenza artificiale con la convinzione che abbia il potere di sostituire tutto e tutti. Come per tutte le cose nuove vi è la curiosità di vedere cosa mai abbia di tanto innovativo secondo quanti la celebrano. Forse servirà in altri campi, ma in quello culturale fa già dei disastri e si rischia di mettere in gioco la libertà di espressione e di creazione. Il “già fatto “è sin troppo comodo.

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I ragazzi del ’99 e cavalieri dell’ordine di Vittorio Veneto

Enrico Fantin

Durante la prima guerra mondiale, “ragazzi del ‘99”, era la denominazione data ai coscritti negli elenchi di leva che nel 1917 compivano diciotto anni e che pertanto potevano essere impiegati sul campo di battaglia.

Furono precettati quando non avevano ancora compiuto diciotto anni.

Anche la Bassa friulana diede il contributo con i propri giovani che, appena maggiorenni, furono chiamati a servire la Patria e, negli anni ‘70, ricevettero il meritato riconoscimento per la partecipazione ed il loro coraggioso contributo alla vittoria finale della prima guerra mondiale.

I primi contingenti, 80.000 circa, furono chiamati nei primi quattro mesi del 1917, e frettolosamente istruiti, vennero inquadrati in battaglioni di Milizia Territoriale. Alla fine di maggio furono chiamati altri 180.000 ed altri ancora ma in minor numero nel mese di luglio. Ma i primi ragazzi del 99 furono inviati al fronte solo nel novembre del 1917, nei tragici giorni di Caporetto.

Il loro apporto unito all’esperienza dei veterani si dimostrò fondamentale per la vittoria finale.

Le giovanissime reclute appena diciottenni del ‘99 sono da ricordare in quanto nella prima guerra mondiale dopo la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917), in un momento di gravissima crisi per il Paese e per il Regio Esercito, risaldarono con onore e spirito di sacrificio ammirabili le file del Piave, del Grappa e del Montello, permettendo all’Italia la riscossa nel ’18 a un anno esatto da Caporetto con la battaglia di Vittorio Veneto e quindi la firma dell’armistizio di Villa Giusti da parte dell’impero austro-ungarico.

A partire dal primo dopoguerra, il termine “ragazzi del ‘99” si radicò ampiamente nella storiografia e nella pubblicistica italiana da entrare nell’uso comune per riferirsi a tutti i militari nati nel 1899.

Quanti caddero o furono decorati? Non esistono, a quanto pare, dati certi, il ricordo di questi giovanissimi combattenti sopravvive nella memoria popolare.

A Nervesa della Battaglia un’osteria era intitolata ai ragazzi del ‘99 e vi è anche un piccolo quartiere di Santa Croce del Montello definito “città dei ragazzi del ‘99”. Via “ragazzi del 99”, testimonia a Milano la targa affissa sul muro di un edificio sul lato orientale di piazza San Fedele dietro Palazzo Marino, a un passo dalla Galleria.

Ai ragazzi del ‘99 si riferiscono numerosi canti nati dopo Caporetto tra i giovani del fronte ed ancora oggi conosciuti “Novantanove, m’han chiamato…date un bacio alla mia mamma e alla bandiera tricolor”.

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