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copertina numero 85 la bassa

la bassa/85

anno XLIV n. 85, Dicembre 2022

Estratti di
articoli e saggi
della nostra rivista

In copertina:
Particolare della carta
Fori Iulii accurata descriptio
dal “Theatrum Orbis Terarum
di Abraham Ortelius (1527 - 1598)
Anversa 1573

Mappa di Latisana,
1843, di A. Banchieri

Sommario

  • ROBERTO TIRELLI
    L’incertezza di fine belle epoque
  • ROBERTO TIRELLI
    Le inascoltate prediche di Luigi Vergendo a Mortegliano
  • MAURO BULIGATTO
    L’apporto della bassa friulana nella demografia del territorio durante il diciannovesimo secolo
  • BENVENUTO CASTELLARIN
    Teor fra marchesato di Ariis e contea di Belgrado>
  • BENVENUTO CASTELLARIN
    Rivarotta feudo dei nobili Sbruglio di Cormons e di Udine>
  • RENZO CASASOLA
    Le Terre della “Magnifica Comunità” di Marano a Muzzana nell’Età di Mezzo
  • GIANFRANCO ELLERO
    Lignano Varmo Fraforeano
    Monumenti Storici del Friuli>
  • ENRICO FANTIN
    Un appello alla carità cristiana per gli alluvionati di Gorgo di Latisana propalatosi in seguito della rotta dell’argine sinistro del Tagliamento, avvenuta il 20 ottobre 1896, nella vicina località Masatto.
  • GIORGIO MILOCCO
    La cronaca nera della Trieste austro-ungarica offusca “Jack lo squartatore”
  • FABIO PRENC
    Pauca nuga: a proposito del sostantivo veteranus nella toponomastica italiana e di un termine in lingua friulana
  • ROBERTO TIRELLI
    Il mercato medievale di Latisana>
  • FABIO MORO
    Urlaub in Lignano - I primi passi del turismo a Lignano,
    attraverso i racconti dei viaggiatori austriaci di inizio ’900
  • ENRICO FANTIN
    A proposito di studi e progetti per la messa in sicurezza idraulica del Tagliamento

L’incertezza di fine belle epoque

Roberto Tirelli

Il futuro è, di natura sua, sempre incerto, ma per decenni ormai lo era un po’ meno, perchè abbiamo vissuto in una sorta di belle epoque a cent’anni di distanza. Anche il XXI secolo sembrava nascere, tutto sommato, sotto dei segni positivi, ma ora stiamo scoprendo la nostra nuova fragilità esistenziale e sociale: pestis, fames, bellum.

Sembrava che non avessimo più niente di storico da raccontare e che ci fossero solo le cronache passeggere, utili a descrivere una società e una serie di fenomeni sociologici tutto sommato stabili.

Due anni fa le nostre abitudini e soprattutto le nostre certezze sono state sconvolte da un virus di origine tuttora da definire, ma dagli effetti devastanti soprattutto sui più deboli e sugli anziani. In Friuli è come se ne fosse andato un paese intero e non è ancora finita.

Ora è arrivata una guerra a breve distanza con l’incubo di una più grave contaminazione, frutto della calcolata follia di un dittatore ostile alla libertà ed alla democrazia che ha voluto cogliere il momento di maggior debolezza delle nostre istituzioni.

Siamo tornati indietro nel tempo e se alla vigilia della precedente guerra mondiale si disse che non valeva la pena morire per Danzica ora si è detto che non valeva altrettanto la pena morire per l’Ucraina. Il prezzo che stiamo pagando è elevato soprattutto nella nostra coscienza di uomini liberi. Certamente siamo vivi, ma quel benessere sul quale non dubitavamo è venuto meno. E per prima a pagarne lo scotto è l’attività culturale che deve lasciare il passo a ciò che è essenziale.

E veniamo alle cose de “la bassa”. Nel rinnovare il grazie ad Enrico Fantin per quanto operato in questi ultimi decenni per la cura editoriale della presente rivista, prendo, la sua non facile eredità con il compito di rinnovare e qualificare ancor di più il nostro impegno semestrale, sempre apprezzato e gradito da lettori e associati.

Il nostro socio onorario dott. Lionello D’Agostini, da uomo di cultura e di molteplici sensibilità, dopo aver letto il mio intervento sull’ultimo numero de “la bassa”, alla fine dell’anno trascorso, mi ha chiamato per condividere l’allarme sulla ormai diffusa crisi delle piccole e medie associazioni culturali nella realtà friulana. Gli sono grato perché mi dà modo di passare dal lamentare le difficoltà presenti a formulare delle proposte concrete.

La prima, naturalmente, non può che essere l’abolizione dell’attuale sciagurata legge regionale in vigore sui contributi alle attività culturali della Regione Friuli Venezia Giulia che non tiene affatto conto della qualità delle domande, ma solo dei punteggi. Ogni anno ci sono decine e decine di domande che non ricevono neppure un euro. E’ possibile che siano tutte da buttar via? E siano da buttar via solo perché non riescono a trovare da sole dei finanziamenti? Se li trovassero non occorrerebbe far domanda alla Regione. Oppure siano da buttar via perché non riescono a trovate dei partners? La nostra proposta è di ritornare a considerare l’attività concreta di una associazione, con severi controlli, e garantirle quella sicurezza che un tempo si chiamava “tabella” cioè un finanziamento annuale anche modesto, ma sicuro e continuativo.

Per i progetti triennali non si esiga l’assunzione di almeno un dipendente prima del concederli, all’atto della domanda, ma a concessione avvenuta. Per quanto riguarda i Comuni è necessario che una quota a bilancio sia bloccata per le attività culturali delle associazioni che operano in loco e ciò con particolare attenzione a quelle di area geografica (Carnia, Bassa, Medio Friuli, Sanvitese, etc.).

Sempre la Regione potrebbe istituire un fondo per la piccola editoria al fine di sostenere le pubblicazioni che hanno un mercato ristretto, ma sono valide per costituire un patrimonio culturale importante di testimonianze e memorie. Infine è essenziale il collegamento con le scuole di ogni ordine e grado, compresa l’università, affinché i nuovi talenti possano trovare la via per esprimersi negli ambiti associativi.

In fondo, facendo due calcoli, non ci vuol molto di quel che oggi si spende con dubbi risultati, ma la soluzione deve essere lasciata agli esperti, in una dimensione pluralista e non burocratica.

Forse in tal modo non si risolvono tutte le crisi associative, ma in gran parte sì. Per quanto riguarda “la bassa” dopo aver presentato per anni interessanti e validi progetti, ma con scarso punteggio, abbiamo imparato a fare quel che si può con poco o con niente, compresa la presente rivista che uscirà soltanto quando in cassa ci saranno i denari per poter onorare le fatture della tipografia e delle poste. Se ancora qualcuno ci tiene alla nostra presenza e al nostro lavoro non ha che da aiutarci.

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Le inascoltate prediche di Luigi Vergendo a Mortegliano

Roberto Tirelli

Tra gli anniversari che la Società Filologica Friulana ci ha segnalato in quest’anno 2022 vi è il ricorrere del centocinquantesimo dalla scomparsa di don Luigi Vergendo, nome oggi sconosciuto anche agli “addetti ai lavori”, ma senz’altro uno dei protagonisti da parte ecclesiastica di quel periodo turbolento che precedette l’unione del Friuli all’Italia. Il redattore dell’elenco evidentemente ha trovato nelle vicende di questo sacerdote carnico, originario di Sezza di Zuglio motivi di interesse generali si da indicarlo alla attenzione di quanti si impegnano in questa Setemane de culture furlane. Infatti la cultura non è fatta solo dalle persone di fama consolidata, ma sovente, anche oggi, da degli sconosciuti, ma validi propagatori della nostra marilenghe e di quel che essa sottende. In realtà Vergendo, nato nel 1793, dopo gli studi nel seminario di Udine tra il 1822 e il 1826 è stato vicario di Santa Maria oltre But e poi curato di Portis di Venzone sino al 1828. Incarichi pastorali in paesi piccoli e poveri ove, però, ben presto, ebbe a risaltare la sua efficace ars predicandi che l’accompagnerà con successi per tutta la vita sacerdotale. E’ nella sua Carnia e si trova bene, ma per affrontare il crescente numero dei suoi nemici la Chiesa ha bisogno di un buon numero di propagandisti, bisognava rispondere ad una vera e propria sfida. Oltre alle doti naturali il suo argomentare è sorretto da una ottima cultura, ma anche dalla conoscenza dei segreti per farsi ascoltare dall’uso variabile del tono della voce senza ausilio di microfoni ed altoparlanti, alla eloquenza dei gesti spesso più incisivi delle parole perché attraggono l’attenzione e sono comprensibili da tutti.

La sua notorietà d’allora non solo limitata alla diocesi udinese, è dovuta al fatto che gli vengano attribuite dai contemporanei grandi capacità di rendere la dottrina cristiana qualcosa di tutt’altro che noioso, vale a dire in quelle che in friulano si dicono “predicjs” e che costituivano il momento forte delle sacre funzioni soprattutto se il sacerdote sapeva trarre spunto dall’attualità e rivolgersi direttamente ai fedeli coinvolgendoli emozionalmente a favore o contro di quanto veniva loro detto.

Senza dubbio il saper ben predicare nell’Ottocento diventa una virtù che ha il potere di creare comportamenti conformi al volere dell’oratore, con un diretto potere di influenzare la pubblica opinione popolare che, tra l’altro, non aveva altri “pulpiti” dai quali attingere notizie e giudizi, se non da quello in chiesa.

Siamo nel cosiddetto periodo della “restaurazione” e dopo il periodo napoleonico e l’avvento del governo austriaco si tratta di riportare ordine anche nella Chiesa locale che, soprattutto attraverso alcuni sacerdoti definibili come “intellettuali” non aveva mancato di appoggiare talune conquiste della rivoluzione francese soprattutto in fatto di libertà di opinione e di illuministica tolleranza. Le occasioni per predicare al popolo cristiano sono molteplici anche al di fuori dell’ordinario catechismo e delle omelie durante le Messe e l’indirizzo delle autorità religiose come di quelle civili è una intensificazione delle pratiche religiose in senso conservatore in modo da impegnare la popolazione e coprire le difficoltà economiche. Ci sono, infatti, i quaresimali, le prediche della passione, gli esercizi spirituali, le feste patronali ed ogni occasione è buona per un predicatore per costruirsi una sua fama non solo ove esercita il ministero, ma anche nei paesi vicini. E bisogna avere voce forte e salda per farsi ascoltare in vaste chiese non sempre acusticamente adatte, cercando di vincere l’inevitabile distrazione per il protrarsi dei sermoni, ricchi peraltro di figure retoriche, di esempi edificanti, di racconti di luoghi comuni nei quali tutti poi si riconoscono nel loro parlare quotidiano. Quel che dice il predicatore, anche se non sempre compreso nel suo vero senso entra nelle considerazioni di tutti. “Tignile lungje” è ritenuto un pregio e chi ha buoni polmoni e resiste nella lungaggine viene considerato un campione che fa sfigurare quelli che dimostrano doti più modeste.

Ci possiamo solo immaginare quello che poteva essere il tenore delle prediche di allora con evocazioni frequenti dell’inferno, del diavolo, delle fiamme riservate ai peccatori così come l’idilliaca descrizione del paradiso. L’arte oratoria oggi è profondamente cambiata anche nelle omelie rispetto agli anni in cui Vergendo veniva ad essere invitato per i suoi panegirici e per le parole ben scelte che rendevano solenne una sacra celebrazione.

In tutto il Friuli non c’è luogo in cui il prete carnico che immaginiamo anche con l’accento delle sue montagne, non venga chiamato e non raccolga successi e consensi, con una sola eccezione: Mortegliano.

Per assegnargli una sede degna della sua fama l’arcivescovo di Udine Emanuele Lodi nel 1828 non vede pieve migliore di quella di Mortegliano, eccezionalmente devota dove avrebbe trovato dei fedeli docili all’ascolto del suo argomentare.

Divenuto “plevan” dal 19 marzo di quell’anno don Luigi non manca di esercitare la sua dote oratoria in una intensa serie di occasioni devozionali soprattutto favorite dal clima di “restaurazione” che ancora tiene con la solida alleanza fra trono austriaco e altare.

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L’apporto della bassa friulana nella demografia del territorio durante il diciannovesimo secolo

Mauro Buligatto

È noto che l’Istituzione latina colonizzò e modellò culturalmente tutta la X Regio Venetia et Histria. A seguito del suo crollo anche l’agro incluso fra i fiumi Isonzo e Timavo versò progressivamente in condizioni d’abbandono. Ne conseguirono la rapida rinaturazione dei luoghi e lo sfollamento verso aree più salubri. Nell’XI secolo l’attuale Monfalconese passò dal rettorato dei vescovi tergestini all’amministrazione patriarcale di Aquileia; ma anche sotto quest’egida il riscatto dalla sterilità dei suoli e dalla povertà delle genti non fu in ogni modo pieno. Nonostante la subentrante Serenissima si fosse trovata a deliberare azioni politiche parziali, stimolò in ogni modo, fra i secoli XVI e XVII, l’interesse a risiedere entro queste terre. Tramite agevolazioni fiscali, consistenti soprattutto nell’esenzione quinquennale da tributi, riuscì a promuovere un certo sviluppo demografico. Cosicché verso il Territorio giunsero numerose famiglie, di nobile casato e popolane, dal restante Friuli Veneto e dalle altre località della Repubblica di San Marco. Altre risorse umane verosimilmente arrivarono durante il XVIII secolo, con gli incrementi del centennio seguente, in concorso ad alcuni progetti puntuali di sistemazione agraria. Questi ultimi, sia pure attuati al di fuori di un disegno bonificatorio organico, vanno sinceramente indicati: riguardarono le aree della Palude Grande, del Lisèrt, del Sacon, del Tientinbone e di Isola Morosini. Altri segnali che attestano “l’appetibilità” delle terre Ultra Isontium, ci pervengono a ridosso del periodo di sviluppo industriale. Invero nel 1806 Cinzio Frangipane, magistrato civile del Dipartimento napoleonico di Passariano, stese una relazione rivolta alle proprie autorità sulla buona qualità del suolo in cui ebbe infatti modo di scrivere: “...è fertile oltremodo...”. Concordiamo, però, con quella linea di pensiero che attribuisce ad alcuni importanti avvenimenti la proprietà di modificare l’andamento demografico, in Tera Bisiaca nel XIX secolo. Ci riferiamo specificamente alla realizzazione di nuove tratte ferroviarie, alle riqualificazioni degli assi stradali esistenti; e ancor di più, in rispetto al periodo storico, alla nascita di unità produttive industriali che fioriranno a corollario del polo portuale monfalconese nonché lungo alcuni centri urbani minori decentrati. L’aumento della popolazione verificatosi sarà quindi indicativo di un’economia agricola che, in palpabile percentuale, lascerà spazi alla neo-costituita industria locale. Il rappresentativo esito del censimento austriaco del 1890, presso Monfalcone, mostra chiaramente quale sia stata la portata del fenomeno nonché la chiara dimensione degli apporti demografici

dal Regno d’Italia. Su 3.997 residenti 3.583 risultavano di nazionalità italiana, 43 sloveni e 39 tedeschi. Da cui si deduce che i pochi restanti (332) fossero stanziali. Come accennato dal 1990 al 1992 Alfio Perco rende disponibile un importante studio, pubblicato su tre numeri unici dell’Associazione Culturale Bisiaca, riguardante la popolazione del Territorio nel secolo XIX. Un voluminoso corpus anagrafico è stato così composto, grazie a un lavoro paziente di consultazione e spoglio regestuale: nascite, matrimoni e morti, in pertinenza delle varie pievi e curazìe storiche monfalconesi. È, fra le altre cose, una raccolta di quasi 750 attestazioni, di cui 290 circa collegate a una località friulana; queste ultime concorrono alla formazione di 243 forme cognominali. Non abbiamo voluto includere, nel nostro repertorio oggetto di studio, i diversi casi di registrazione che, a tutti gli effetti, sarebbero annoverabili comunque al Friuli. In questa ricerca, iniziata nel 2012 e completata in circa tre anni, si è pensato di prendere in esame le sole occorrenze che afferiscono all’areale della Bassa Friulana (88 cognomi). Agli apporti provenienti dal bacino incluso fra i fiumi Tagliamento e Isonzo, concorrono alcune unità migrate da quella parte di Friuli Storico, ora inglobato nella provincia di Venezia. In via preliminare allo studio analitico dei cognomi in argomento, si è provveduto a creare una struttura articolata, tendenzialmente comune per ogni singolo lemma. I primi quattro elementi strutturali costituiscono lo stato di fatto, cioè forniscono “l’immagine” che il Perco ha rilevato a suo tempo. Troveremo quindi il cognome del singolo o dei diversi clan immigrati, la pieve o la curazìa di registrazione, il luogo o i luoghi d’arrivo e quelli di provenienza. In ciò siamo stati massimamente rispettosi della grafia constatata e riportata dal Perco A questo corredo si è pensato di aggiungere alcuni nuovi elementi, anche provenienti dal fronte friulano, tali da aumentare gli aspetti conoscitivi derivanti dalle registrazioni archivistiche. I dati hanno permesso di verificare eventuali variazioni subite dal cognome nel tempo e, in certi casi, sono valsi a proporre una corretta etimologia; inoltre abbiamo avuto modo di scoprire anche antichi areali di presenza. Alle informazioni desunte dall’Archivio Corgnali (sezione antroponimica) consultabile presso il dipartimento di Linguistica e filologia romanza-Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università degli Studi di Udine, siamo ricorsi al sostegno dei dati provenienti dagli studi recenti di diversi autori, che hanno studiato l’onomastica regionale e di singole comunità del Friuli.

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Teor fra marchesato di Ariis e contea di Belgrado

Benvenuto Castellarin

Finora il primo documento nel quale si attestava per la prima volta la località di Teor: unum mansum in villa Thegori, era datato 1270, di cui fa menzione Antonino di Prampero nel suo Saggio di un glossario geografico friulano.

Giuliano Bini, rileggendo con attenzione una copia settecentesca di un documento del 1261, depositato presso l’Archivio Storico provinciale di Gorizia, ms. “Atti di Aquileia”, ebbe a rilevare alcune storpiature dei nomi delle località in esso citate. In un articolo dal titolo: Santo Jegorio: un Santo immaginario fra Flambruzzo e Teor, pubblicato su “Memorie Storiche Forogiuliesi” del 1991, pp. 235-239, egli si sofferma in particolare su Flambre de Santo Jegorio un nome di località mai esistita. Il documento, pubblicato da Francesco Swida nel 1888, contiene un brano dove sono citati i paesi ville che dovevano concorrere al mantenimento in buono stato della strada che dal porto di Latisana andava verso Palazzolo. Lo Swida interpretò Flambre de S. Jegorium mentre sta scritto Flambro de Sb, Tegorium, cioè Flambro de Subtus, Tegorium, ossia Flambruzzo e Teor.

Nello stesso articolo il Bini dà la versione volgare del brano che qui ci è sembrato utile pubblicarlo integralmente ponendo tra parentesi quadre la forma originale delle altre località facenti parte il comune di Teor: Le ville che non pagano la muta sono tenute ad aggiustare la strada da1 Porto di Latisana fino all’Acquabona, ch’è presso la chiesa di San Salvatore, e sono queste: Rivignano, Sivigliano, Flambruzzo, Teor, Campomolle, Canussio, Madrisio, Varmo, Falt [Fladii], Driolassa [Dugulossa], Rivarotta [Rivetta], Chiarmacis [Carmatis], Pescarola, Precenicco, Piancada, Bronzano, Carpenara, Titiano, Ronchis, Latisanotta. Quelli invece di Palazzolo devono aggiustare la strada da Palazzolo fino alla detta acqua.

Il documento è importante anche perché dichiara l’appartenenza di Teor, almeno in quel periodo, al conte di Gorizia che sappiamo essere avvocato della Chiesa di Aquileia ma spesse volte antagonista del patriarca.

Successivamente Teor è citato ancora dal di Prampero nella forma in villa de Tigor (a.1275), e in altri documenti riguardanti infeudazioni di mansi da parte del patriarca di Aquileia. Così nel 1300, Duratius, figlio di Duringi de Varmo aveva in feudo dalla Chiesa di Aquileia tres mansos in Tigoro (nel 1396 erano ancora in suo possesso). Nel 1330 Asquino di Varmo confessa di avere beni feudali a: Latisana, Fraforian, Theor, Campomolli, Praeseriano, Grilono prope Salegnanum, Vissandono, Cisterna, Romans, Rivignaco, Rodeglano, Rividiscia, Flambro, Campiformio. E nel 1433 Asquino di Varmo vendette un maso posto in Teor a Zuane Nastasia del luogo.

Il 1° marzo 1339, Ettore Savorgnan ricevette dal patriarca l’investitura del castello di Ariis, acquistato per 490 marche dagli Arcoliani, con il luogo fortificato, la villa, i terreni, le acque, la giurisdizione, il garrito, i servi di masnada e un territorio di 7 miglia all’intorno. In questa investitura non compare la “villa” di Teor, essa però è citata nel testamento di Ettore Savorgnan redatto il 31 agosto 1448. Il nobil uomo lasciò, infatti, ai nipoti Pietro e Federico figli del fu Guarnerio Savorgnan, il castello di Ariis con sue pertinenze e giurisdizione e le rendite delle ville di Sivigliano, Flambro Inferiore, Talmassons, Pulcinia, Canussio, Teor, La Tisana, Morsan, Sacil, Caneva.

Nel testamento Teor è attestato senza alcuna limitazione territoriale, mentre fra le ville facenti parte della giurisdizione di Belgrado, quando ancora questa era del conte di Gorizia, si precisa che due parti appartengono alla contea di Belgrado e solamente una parte era in possesso dei Savorgnan: Theorum vz. due partes, 3 a est Dominorum de Savorgnano.

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Rivarotta feudo dei nobili Sbruglio di Cormons e di Udine

Benvenuto Castellarin

In Friuli esistono due centri abitati che si denominano Rivarotta: una è frazione di Pasiano di Pordenone posta nella omonima provincia l’altra è frazione di Teor, in provincia di Udine. Inoltre sappiamo che Rivarotta è anche il nome di una, o meglio, secondo un illustre storico, due casate signorili. Di queste due casate se ne occupò Mario Giovanni Battista Altan, in un articolo presente in Memorie storiche forogiuliesi, dal titolo Rivarotta di Pasiano di Pordenone e Rivarotta di Palazzolo dello Stella. Rinvenuto il loro sigillo/stemma. L’Altan citando gli Annali del Di Manzano attesta che nel 1263: “il patriarca, investì a retto feudo di abitanza la Motta incastellata al dissopra di Flambro, a Rapotissio di Pucinia e Marquardo di Ragogna fratello a Matteo di Rivarotta”. Poi in nota precisa che Se i di Rivarotta di Pasiano avevano colleganza ed alleanze matrimoniali con illustri famiglie come i Polcenigo, rammentiamo che i di Ragogna, in rif.to alla possibile dinastia dei Rivarotta di Palazzolo, avevano nel 1341, anche la parte della villa di Muzzana che Guglielmo di Colloredo, da loro, acquistò, con il tramite di Bartolomeo di Viscardo e Nicolò di Zenone di Ragogna.

Erano certamente di Rivarotta quel Domino Francesco di Rivarotta e suo fratello che radunarono cavalieri e fanti (anche di Rivarotta) per andare a scacciare i veneziani che il 14 giugno 1287 occuparono e saccheggiarono Marano: Alla fine Domino Artuico con la sua gente, con quelli di Rivarotta ed altri ancora, ch’erano con lui, sopraffece i veneti, che erano nelle navi, ebbero tre barche cariche […], e ridussero tutti gli altri alla fuga.

Anche per la prima attestazione del nome di luogo Rivarotta, compare nella dizione latina di Ripe fracta: aa. 781-783, de curte nostra de Ripe fracta Carlo Guido Mor, concorda con Begotti ritenendo che la Ripafracta del dipl. carol. 781 - rifacentesi ad un precedente di Adelchi -, sia da individuare con la nostra, e non con quella di Teor: la scelta fatta dall’abate Beato, scambiando i prati e boschi di Chiarmacis con la corte di Rivarotta indica chiaramente l’intento sestense di accorpare i propri beni fra Tagliamento e Livenza. La curtis in Ripafracta compare ancora nell’888 nel documento dove re Berengario confermò al monastero di S. Maria di Sesto le donazioni precedenti.

Per avere una certa sicurezza sulla identificazione della “nostra” Rivarotta, bisogna arrivare però all’11gennaio del 1278, allorché il conte Mainardo di Gorizia investì, per i molti servigi e aiuti ricevuti, il nobile Stefano Sbruglio di Cormons che era a quell’epoca capitano di Castelluto, di diverse ville nel Basso Friuli tra cui Villa Rota, allora feudo dei conti goriziani.

Noi Mainardo conte palatino, et del Carantan conte di Goritia, et del Tirol 10 , confalonier della Santa Madre Chiesa, concessemo, et manifestemo, come il nostro fedel, et diletto nobil huomo Steffano Sbruio di Cormons capitanio in Castilluto, ha ricevuto da noi otto marche di danari come è usanza del Friuli, et due altre marche le quali a lui de noi in feudo retto et legale in le sottoscritte ville, come in la villa di Torsa, Rivignano, S. Marizza, Villa Rota, S. Maria de Sclaunich, Morteian, Flambri, Talmassons, Sella, et in altre ville intorno questi. Se noi havemo risguardato alli suoi servitii quali havemo riceputo da lui, et ancora speremo havere.

Ancora havemo risguardato il grande danno chel riceve nelli nostri servitii, cioè in cavalli, et altre molte robbe, che l’ha perso per nostro amore, et dinari li quali havemo riceputo da esso così noi demo, et concedemo in vero feudo retto et legale li sotto ditti beni et possessioni al ditto Steffani e suoi heredi descendenti di lui con tutte le giurisditioni, le quali appartengono alle sopradette ville, eccetto tamen garito, et con questa conditione se il sopradetto Steffano morisse senza heredi descendenti della sua persona, che le sopradette otto marche poste in Cormons et altre ville circonvicine, et le altre due marche, le quali esso Steffano ha da noi, debbia ritornar a noi, et alli nostri heredi senza alcuna contraditione, et ancora lui sii obligato, et suoi heredi servirne con una lanza in la Patria del Friuli etc..

Altre investiture da parte dei conti di Gorizia si ebbero il 19 luglio 1398, quando il conte Enrico IV investì Stefano Sbruglio (iunior) di Cormons e il 6 maggio 1472, questa volta fu Leonardo, ultimo conte di Gorizia, a investire Rizzardo Sbruglio. L’atto del 1472, precisa meglio le condizioni d’infeudamento come ad esempio la clausola di habitantia formula usata per i feudi di abitanza dove l’investitore poteva richiedere in qualsiasi momento la restituzione del feudo.

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Le Terre della “Magnifica Comunità” di Marano a Muzzana nell’Età di Mezzo

Renzo Casasola

Dal XIV secolo, cioè da quando vi è documentazione d’archivio, sappiamo che la “Magnifica Comunità” di Marano possedeva terre di proprietà feudale nel territorio amministrativo di Muzzana. Si potrebbe supporre che tali beni fossero stati a lei concessi nel secolo precedente allorché i conti di Gorizia ottennero dal Patriarca di Aquileia l’Avvocazia di Muzzana sottraendola verso la metà del secolo ai Canonici che a loro volta la ebbero in dono nella concessione popoliana del 1031 (De Rubeis 1740; Liruti 1777; Scalon 1982). Nel 1216 infatti, i conti goriziani, ai quali premeva il controllo commerciale dei porti fluviali nell’alta linea di costa lagunare friulana, tentarono invano di usurpare la villa di Muzzana confermata dal Patriarca Goffredo di Hohenstaufen al Capitolo d’Aquileia nel 1185 (Ruffini 1884: 7); solo nei decenni successivi vi riuscirono se il due novembre del 1274 a Welfsperch in Tirolo i conti donavano in feudo ai loro vassalli signori di Ragogna l’Avvocazia e la gran parte della villa di Muzzana «[…] investivit D. Jacobum de Regonia […] de advocatia et omne iuri habet seu visus est habere in Villa Mutean» (Ms. Joppi 698 Autographa, vol. I) 2 . Parte di essa in precedenza era già stata investita dal Patriarca alla famiglia Strassoldo nel 1260 che, nei decenni successivi tra 1260 e il 1357, ebbe anche l’investitura delle ville di Strassoldo, Mortegliano, Lavariano, Chiarmazzis, Malisana, Chiasottis, Privano, Sevegliano, Castelnuovo, Rosazzo, Codroipo e Soffumbergo con Prestento. (Studi goriziani, Editrice La Tipografia Sociale, Gorizia 1929).

Dunque si potrebbe supporre che proprio in tale periodo storico, cioè nella seconda metà del XIII secolo, andrebbe collocata la concessione del territorio oggetto di questo studio alla nobile famiglia ghibellina friulana degli Orzon, anch’essi fedeli vassalli dei conti goriziani che già possedevano beni a Marano.

Le Terre della Magnifica Comunità

Questa consistente proprietà feudale si inseriva sul confine orientale della villa di Muzzana tra la via di Mulvis (ora SR 14), lungo la direttrice per S. Giorgio di Nogaro e Aquileia, e la via di Pontizzo (ora SP 70) per S. Gervasio, Carlino e Marano. Ad oriente la delimitava la strada Zavattina, o Levada vecchia di Maran, importante tratturo protostorico mai dismesso che fu un asse viario obbligato fra l’alta linea di costa lagunare e gli approdi di Marano con la via Annia, la Postumia e il Noricum (Giovannini 2010). La strada a tramontana era fiancheggiata dalla roggia Mulvis/ Roiatta o Roia di Maran, da cui la denominazione specifica del corso d’acqua e della strada. Dunque, sempre a tramontana lungo tale via di traffico, e le altre due sopra citate, si ponevano le terre e i molini di Marano nel territorio denominato dal volgo i Roncs. Ad occidente questa vasta concessione, che sarà oggetto di contenzioso con il canonicato aquileiese, poneva il suo limite sul Fossadello per una superficie stimata di oltre un centinaio di ettari.

Per la comunità lagunare questa concessione era de jure et de facto una preziosa e irrinunciabile risorsa forestale, dotata inoltre di forza idraulica molitoria, posta all’incrocio di due importanti direttrici viarie.

Le prime notizie storiche

Il 4 maggio 1321, proprio presso la “tenuta de Ronchis de hominibus, et comune de Muzana”, cioè in quello che era considerato un territorio neutrale essendo proprietà della “Magnifica Comunità”, il notaio udinese “Thomasinus quondam Nicolaij Mosse Notarj de Utino” rogava il verbale di una sentenza arbitraria che si era tenuta tra i rappresentanti delle ville di Muzzana e Mortegliano sui diritti di pascolo nelle Mulvis. Quest’ultima comunità era stata accusata di sconfinare in quelle terre, anche con 40 carri al seguito, per pascolare i loro animali, falciare e tagliare la legna senza averne titolo.

In essa si registrano alcuni testimoni dei paesi limitrofi tra i quali Domenico Vidussio di Marano e «[…] Domino Viro presbitero vicario ecclesiae Sancti Pauli de Morteglano, presbitero Arnoldo titulario ecclesiae Sancti Vidalis de Muzana, Flori quondam Federici de Carlins, Romano Zannutti, Avarardo de eo- dem loco, Jacobo Martinij de Pallazolo, Marco quondam Venerij Zambri de eodem loco, Tinossio quondam Guatti de Torsa, et Domenico de Vidussio de Marano testibus, et alijs» (ACAq, fasc. 140). Non avendo ottenuto ragione da quell’arbitrato a loro favorevole, quelli di Muzzana convocarono una seconda assemblea pubblica presso la stessa località e per le medesime ragioni l’anno successivo, nel 1322. «Actum in tenuta de Ronchis de hominibus, et Commune de Muzana, et qua erat questio à parte inferiori dicti pontis de Arvonch» (ACAq fasc. 44). La comunità di Marano era stata coinvolta in quegli infruttuosi arbitrati in quanto quelli di Mortegliano sconfinavano nelle terre di San Gervasio e Carlino attraversando e arrecando danno proprio nella loro concessione feudale.

Le due assemblee facevano seguito all’arbitrato patriarcale del 10 aprile 1319 che si era tenuto presso la sede neutrale della chiesa di S. Martino a Marano alla presenza di numerosi testimoni dei paesi limitrofi tra i quali: «Petro frate domino Berthuli mansionarii Aquilegiensis, Duolio, Francolino, Johanne dicto mungnhaio, Bortolussio filio Ser Andree, Nacusio filio quondam Antoni de Palatolo, Jacobo Mariano manente Marani et magistro Jacobo de villa Marani et Jacobino de Pasiliano filio Geraldi testibus et aliis. Coram D. Thomado Rosetta Vice potestate Marani et Petro Zardino et Guariento Mazzamille judicibus dicte Terre Marani 4 » (Bianchi 1844). L’irrisolta questione legale tra le due ville, con la sistematica condanna dei morteglianesi, occuperà negli anni a seguire le cronache penali del Patriarca per tutto il XIV secolo, ma non servirà a nulla. Si dovrà attendere il 25 febbraio del 1356 per leggere alcune note su questa località allorché a Udine il Patriarca Nicola di Lussemburgo firmava di proprio pugno il verbale rogato dal suo fiduciario ser Gubertino da Novate, con il quale concedeva alla Comunità di Marano di poter costruire tre mulini sulla roggia Mulvis e Fossadello nel territorio di Muzzana infra nemus, nel mezzo dei boschi.

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Lignano Varmo Fraforeano Monumenti Storici del Friuli

Gianfranco Ellero

“Buono da sapere e bello da vedere”: questo potrebbe essere lo slogan pubblicitario della collana “Monumenti storici del Friuli”, un’enciclopedia artistica a fascicoli, ideata e diretta da Giuseppe Bergamini come strumento di divulgazione scientifica: inaugurata nel 2004 con una monografia dedicata a Santa Maria di Castello in Udine, ha ormai raggiunto i cento numeri.

Stiamo parlando di volumetti tascabili, in formato cartolina, caratterizzati dall’agilità dello stile narrativo e dalla ricchezza della documentazione fotografica, conclusi da una bibliografia finale a vantaggio di quanti vogliono approfondire le conoscenze e, spesso, le “scoperte”.

Ne segnaliamo l’esistenza su queste pagine perché i libretti riguardano anche la Bassa, cioè l’area di studio di questa rivista, e non sono in vendita nelle librerie: sono tuttavia leggibili nelle pubbliche biblioteche per donazione del provvido mecenate, la Fondazione Friuli, e si possono reperire, oltre che presso l’editore, la Deputazione di Storia Patria per il Friuli, nelle Parrocchie delle chiese studiate in ogni singolo saggio, o in palazzi visitabili dal pubblico, come ad esempio l’Arcivescovile di Udine, sede del Museo Diocesano e Gallerie del Tiepolo.

Il successo della collana è dimostrato non soltanto dalle ristampe e dalle traduzioni (il saggio sul Duomo di Udine è stato tradotto in tedesco, francese, inglese e sloveno; quello sulle chiese di Lignano in inglese e tedesco…), ma anche dalle “visite” on line, per i fascicoli più importanti (www. Guidartefvg). La lettura di questi libretti apre orizzonti tanto vasti quanto ignorati dai più. L’altare ligneo di Mortegliano, ad esempio, alto più di cinque metri, creato da Giovanni Martini nel 1527, non è una normale pala d’altare con statue in altorilievo ordinate geometricamente in comparti scanditi da lesene o colonnine, quasi una pittura di figure in altorilievo, come quelli esposti nel Museo Diocesano: stiamo parlando di un’architettura affollata da una sessantina di statue scolpite a tutto tondo, disposte su più piani in una dinamica scenografia, che ben rappresenta il nostro Rinascimento, e a occhi esperti rivela gli influssi che lo nutrirono. È certamente degno di riflessione il fatto che questa e altre opere anche molto costose furono pagate dalle parrocchie di campagna, quindi da gente povera, quasi totalmente analfabeta, ma affascinata dai colori e dalle forme prodotte dagli artisti chiamati ad abbellire le chiese.

Fra i monumenti studiati ce ne sono alcuni creati da famiglie aristocratiche, come, ad esempio, il Palazzo della Porta, sede della Curia di Udine, dove si può ammirare “La Messa di suffragio” di Giovanni Battista Bissoni, proprietà della Parrocchia di Fraforeano, che custodusce anche la Cappella de Asarta, scrigno del famoso “Cristo” di Domenico Trentacoste.

Il centinaio di libretti già pubblicati, illustrati con splendide fotografie del compianto Riccardo Viola e poi di Alessio Buldrin, coprono un vasto territorio, dalle Alpi al mare, a destra e a sinistra del Tagliamento, ma numerosi sono quelli della nostra Bassa, che indichiamo come fonti preziose a tutti i cultori della storia locale. Oltre a Lignano, Varmo e Fraforeano, ricordati nel titolo di questo articolo, e il già citato Mortegliano, ricordiamo Palmanova, Codroipo, Passariano, Talmassons, Cinto-Caomaggiore, Aiello, Terzo d’Aquileia.

Fra quelli in cantiere c’è anche il saggio sul Duomo di Latisana e il suo pezzo più pregiato: la pala del Veronese.

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Un appello alla carità cristiana per gli alluvionati di Gorgo di Latisana propalatosi in seguito della rotta dell’argine sinistro del Tagliamento, avvenuta il 20 ottobre 1896, nella vicina località Masatto.

Enrico Fantin

A ricordare la catastrofica alluvione del Tagliamento verificatasi in seguito all’abbattimento dell’argine nelle vicinanze della frazione di Gorgo di Latisana il 20 ottobre 1896, ci viene in aiuto un documento frutto di una ricerca del prof. Gianfranco Ellero. Tale documento, segnalato dal prof. Giuseppe Bergamini dell’Archivio Storico della Diocesi di Udine, va ad incrementare la già nefasta cronaca alluvionale del Tagliamento.

La piena del 1896 fu definita la più grande del secolo: ci fu un grande squarcio a sud di Latisana, in località Masatto, dove l’argine in terra battuta venne “divorato”.

Gli abitanti di Gorgo e, in parte minore, anche quelli di Pertegada e Bevazzana, furono inondati, con grave rovina delle campagne coltivate e con perdita di numerosi animali. La gran massa d’acqua superò anche l’argine cosiddetto del Turco, situato al confine tra il Comune di Lati- sana e quello di Precenicco, con conseguente allagamento di molti terreni anche di quel Comune.

A proposito di quest’inondazione, va ricordato ciò che ebbe a riferire il concittadino Livio Zanello nel dicembre del 1966 al cronista de «La Vita Cattolica» Aldo Pascolo. Quegli ha affermato, infatti, che alcuni latisanesi, per salvare la cittadina, ruppero l’argine al Masatto. Non si seppe chi eseguì il taglio, ci furono solo sospetti. Co- munque taluni abitanti della frazione, durante le seguenti ripetute piene del fiume, misero a guardia dell’argine per controllare l’evolversi dell’evento, alcuni volontari armati di schioppo.

La rotta del Masatto, fu per così dire, provvidenziale, poiché l’eccezionale piena doveva trovare uno sfogo; difatti, se la rottura dell’argine fosse avvenuta a nord del capoluogo, l’allagamento del territorio avrebbe causato conseguenze ben più gravi.

Nei giorni successivi furono rivolti “Appelli alla pubblica carità” da parte della Curia Arcivescovile di Udine e dai cittadini latisanesi nelle persone: avv. Cesare Morossi, cav. Diodato Peloso Gaspari, dott. Girolamo Giacometti, sig. Ernesto Donati e sig. Giacomo Cicuttin. I residenti del capoluogo riconobbero che la loro incolumità fu assicurata dall’esondazione al Masatto.

Il secolo XIX si concluse senza altre tracimazioni.

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La cronaca nera della Trieste austro-ungarica offusca “Jack lo squartatore”

Giorgio Milocco

Sono reduce da un’escursione turistica guidata a Londra (nella stessa City) tra frotte di giapponesi alla ricerca dell’atmosfera macabra di un tempo. L’argomento era troppo interessante per essere snobbato: “Jack lo squartatore” alias “Jack the ripper”. La guida intrattenne la comitiva con dovizia di particolari spostandosi da un luogo all’altro proprio nel quartiere un tempo chiamato “Whitechapel” in cui avvennero gli assassini seriali (1888/1891) nella nebbia, tra i canali navigabili e begli edifici d’epoca. Memore di quanto avevo letto sui vecchi quotidiani della Venezia Giulia, mi sono chiesto se Jack avesse potuto avere degli imitatori nella stessa città di Trieste. Il paragone non è fuori posto. Il parallelismo sta nella lettura del “Piccolo” e di altri quotidiani locali e potrebbe prospettare l’avvio di una proposta turistica che potrebbe interessare anche chi utilizza la crocieristica. Sono infatti anni che leggo “Il Piccolo” e “Il Lavoratore” di Trieste online tramite la Biblioteca Civica “Attilio Hortis”. Annate che ormai hanno superato il secolo o poco meno. Mi piace integrare gli articoli di cronaca cittadina con informazioni in mio possesso su persone, paesi e avvenimenti di vario genere. L’occhio cerca conferma, ma scopre anche nuovi fatti curiosi.

Trieste, ormai alla pari di Amburgo nell’Austria-Ungheria per il suo porto privilegiato aveva conosciuto uno sviluppo urbano di grandi proporzioni richiamando gente e manovalanza sia dall’Impero che dall’Italia (i regnicoli). Qui, tra le strette vie e nei quartieri popolari, nelle piazze, sul porto e in pieno centro, avvennero fatti di cronaca nera tra i più nefasti. Omicidi efferati, suicidi per il “mal d’amore” ma anche per le difficili condizioni ambientali-economiche (povertà) e in tutte le fasce d’età! Seguono gli scandali, l’alcolismo, i furti, i tarrefugli, gli incendi dolosi, e scontri con l’arma bianca. Non mancano tentativi di suicidio, amori clandestini e mal celata miseria che non risparmiava neppure gente agiata e borghese.

Uno spazio particolare lo rivestiva il giornale politico tri-settimanale “La coda del diavolo” rivolto a chi aveva gusti particolari. A cavallo della prima guerra mondiale, la cronaca si occuperà della “noir”, alimentata da un nutrito e collaudato gruppo di giornalisti e un altrettanto appassionato pubblico che “divorava” e si “alimentava” delle notizie spicciole, entrando nei minimi particolari.

Alcuni titoli: “Un matrimonio…come tanti altri” (finito con l’uccisione a colpi di martello da parte della moglie esasperata di nome Giuseppina Pizzin e Iginio). “Un tentativo di suicidio” da parte del cocchiere Francesco Slamich, “Una cassaforte operata” Undicimila lire di bottino, trapanata al fianco la cassaforte e delle bottiglie di vino in parte vuote, “L’avventura notturna” e “Tentati suicidi”, “L’assassinio dei vetturali”, “Grave ferimento fra ubriachi”, “Attende la moglie in agguato e l’accoltella” protagonisti i coniugi Salj Caterina Mukarem, “La vendetta di un “magnaccia” tra la vestale Bambina Ferrari di anni 21 di Milano ed Eugenio Del Prete di anni 25 romano ecc. ecc.

Nell’800 quando era emessa una sentenza di morte con il processo d’Assise arrivava da Vienna il “carnefice”, meglio conosciuto come “el boia”: tale Rodolfo Seyfried, attorniato da una folla incuriosita

L’arrivo delle truppe vincitrici a Trieste (1918) e nella stessa Istria favorirà la “caccia” alle donne e alle fanciulle locali. Sono frequenti tra gli stessi ufficiali italiani dei duelli d’onore con la sciabola o, per i subalterni del sud Italia con i coltelli. Il governo militare durò due anni e vide diversi casi di questo tipo. Mi limito a tre casi: uno accaduto a Trieste, il secondo a Famle, vicino al fiume Recca presso San Canziano 1919, (ora Slovenia) e l’altro a Pola (1921).

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Pauca nuga: a proposito del sostantivo veteranus nella toponomastica italiana e di un termine in lingua friulana
Dante a Palazzolo

Fabio Prenc

Durante i miei numerosi spostamenti in auto nell’agro centuriato “a nord-est di Padova” o “di Camposampiero”, mi è capitato di imbattermi nel toponimo “Veternigo”, località in Comune di Santa Maria di Sala (provincia di Venezia), collocato lungo la via Desman (il Decumanus maximus della centuriazione): avevo già visto più volte il cartello stradale ma in maniera superficiale e sbadata.

L’ultima volta, era la fine di agosto 2022, ho guardato invece il cartello con attenzione critica e il cervello si è messo a mulinare e i neuroni si sono dati da fare: in capo ad una decina di minuti (il tempo di entrare in A4 e non dover pensare più al traffico), la memoria è andata a pescare un toponimo presente nel territorio del Comune di Palazzolo dello Stella (UD): Vedrêt.

Questo è ricordato nella “Donazione sestense” del maggio 762 d.C. con la quale venivano concesse al monastero di Sesto al Reghena le “silvas in Ue- treto”, non lontane da Palazzolo dello Stella.

In corrispondenza di quest’area era stata costruita una delle più longeve ville rustiche della Bassa friulana occidentale, ininterrottamente abitata dal II secolo a.C. al V secolo d.C.

Il toponimo (post romano) è, come appena visto, uno dei più antichi della nostra regione; la formula silvas in Uetreto testimonierebbe l’avvenuto abbandono della struttura edilizia e la presa di possesso da parte del bosco e deriverebbe dal latino veter ‘vecchio’, con il suffisso collettivo -etum (-êt in friulano) con riferimento a ‘terreni incolti’, tesi anche da me, a suo tempo, accolta e riproposta.

Mi rendo ben conto di come la toponomastica è una strada che, stretta o larga che sia, è sempre ripida e scivolosa e spesso, dopo aver lavorato indarno, ti riporta al punto di partenza senza aver trovato soluzione ai dubbi o alle intuizioni o facendoti prendere fischi per fiaschi.

Comunque proviamo a proseguire: arrivato a Trieste ho acceso il computer ed ho iniziato a spigolare, anzi a googolare.

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Il mercato medievale di Latisana

Roberto Tirelli

LLatisana nel Medioevo non solo è conosciuta e frequentata per il suo porto fluviale, a lungo il più importante dell’Alto Adriatico per il volume di traffico di persone e merci che s’imbarcano e sbarcano, ma anche, e più a lungo, per il suo mercato. I fiumi, come il Tagliamento che qui trova il suo tratto finale, costituiscono un vettore privilegiato del commercio poiché garantiscono una relativa rapidità nel trasporto e consentono di effettuare carichi di grandi dimensioni quali legname o pietra da costruzione, con l’unico inconveniente dato dai molteplici dazi lungo il percorso.

In tutta Europa “portus” è già considerato sinonimo di mercato “locus in quo fit mercatus” in origine fuori dai centri abitati, prima di passare, poi, alla “platea”, cioè al loro interno (plateaticum), in uno spazio riservato a banchi e botteghe.

Anche a Latisana, in quei tempi lontani, crescita economica, ruolo politico in un ampio territorio all’intorno, sviluppo delle attività commerciali ed artigianali vanno di pari passo con il vantaggio del farvi capo un sistema di strade storiche (l’Annia, la diramazione occidentale della Julia Augusta, la via parallela al corso del Tagliamento e quella di lungo percorso che collega ai Balcani), di rotte marittime (da Bisanzio, Egitto, Palestina, Centro e Sud Adriatico, coste dalmate ed istriane) nonché, anche grazie alla presenza di acque superficiali, il fiume stesso, strada acquatica.

La facilità di pervenirvi fa’ affluire quanti si dedicano ai commerci “per negotia exercere”. Ciò fa pensare che essi siano all’inizio mercanti dediti a commerci di lungo raggio.

È attestato, infatti, in diverse fonti che i mercanti percorrevano grandi distanze per smerciare prodotti di importazione o esportazione ed erano chiamati negotiantes, mentre i piccoli mercanti che si muovevano in ambito locale venivano generalmente indicati come “mercatores”.

L’istituzione di un mercato, però, non è solo di luogo pubblico per uno scambio prima fra merci, poi fra denaro e merci, ma diventa un luogo di incontro e di socializzazione fra le persone, come frequentemente narrano i cronisti medievali. Economicamente ne trae beneficio chi produce nel territorio della Terra della Tisana oltre le necessità dell’autoconsumo per cui ne può ricavare un reddito met- tendo in vendita parte dei raccolti o dell’allevamento o della lavorazione artigianale.

L’incremento, poi, delle attività mercantili costituisce una ottima fonte di entrate (taglie come imposte indirette e tasse come imposte dirette) per coloro cui spettano, secondo il diritto feudale, i numerosi prelievi gravanti sui traffici.

In molti paesi friulani, in special modo nella ricorrenza del Santo patrono ed anche sul territorio della Terra di Latisana si celebravano “le fiere” eventi unici nell’anno (1) con compravendite a livello popolare e protezione signorile (2), mentre il mercato (mercatus – markt) è una realtà stabile legata in continuità alla economia locale. Isidoro di Siviglia (3) così lo definisce: “Mercatus dicitur coetus multorum hominum, qui res vendere vel emere solent”; (Etym., V, 25). Intende sia l’attività di compravendita sia i luoghi deputati agli scambi commerciali, sottoposti a regolari esazioni fiscali (“Mercatum autem a commercio nominatur. Ibi enim res vendere vel emere solitum est; sicut et teloneum (4) dicitur ubi merces navium et nautarum emolumenta redduntur. Ibi enim vectigalis exactor (5) sedet pretium rebus im- positurus, et voce a mercatoribus flagitans”; (Etym., XV, 2).

Agli inizi collegato al porto (hafen und markt), poi al ruolo centrale di Latisana nella Bassa tilaventina (mercato rurale di preminente interesse agricolo), il mercato locale riveste tuttora una certa importanza nel suo riproporsi settimanale anche se è venuta a perdersi l’antica tradizione soprattutto la funzione di volano economico che ebbe nella pur statica età di mezzo.

Tre figure vi si incontrano: il produttore dei beni, il mercante, che media prezzo e qualità, e il consumatore-acquirente. Costituisce uno storico salto di civiltà, superando il semplice primitivo scambio perché al centro degli interessi concreti vi è una trattativa dalla quale se ne escono il prezzo della merce e la valutazione del valore dei beni esposti sui “banchi”. Tale prezzo vale per tutti.

Palladio degli Olivi (6) definisce nella sua storia Latisana come “luogo di grande commercio”.

Dapprincipio, infatti, vi è stato un mercato all’ingrosso di beni “strategici” per il Medioevo: il ferro (7), il sale (8), il legname (9), il vino (10), l’olio, le spezie (11), drappi di tessuto, lana etc, favorito da una Venezia non ancora “attrezzata” a farlo da sé.

Nel rafforzarsi della funzione mercantile veneziana e con la concorrenza anche della non lontana Portogruaro si è passati gradualmente al dettaglio, a cominciare dalla vendita dei prodotti della agricoltura e dell’allevamento (mercato annonario). Ciò ha portato ad un benessere complessivo della Terra della Tisana benché a goderne fossero pochi, soprattutto i “mercatores”, protetti dalle autorità imperiali e dai signori laici, in seguito all’instaurarsi di una “lex mercatoria” (12) ovvero, più esattamente “jus mercatorum” a loro garanzia, più o meno simile in tutta Europa. Un po’ meno favorevole alle fortune dei mercanti, che pur sono generosi con essa, è la Chiesa che guarda con sospetto ad ogni arricchimento che non preveda lavoro. Il tempo della Chiesa non è il tempo dei mercanti - afferma appunto lo storico Jacques Le Goff. (13)

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Urlaub in Lignano - I primi passi del turismo a Lignano, attraverso i racconti dei viaggiatori austriaci di inizio ’900

Fabio Moro

Una ricerca attraverso le banche dati dei periodici online del secolo scorso, ci per- mette di scoprire gli scorci della vita turistica della Lignano di inizio secolo, regalan- doci curiosità e storie di una località balneare ancora poco conosciuta e che muoveva i primi passi verso la consacrazione turistica che oggi tutti conosciamo. Nel corso degli ultimi decenni, il fenomeno del viaggio ha continuato ad evolversi, e grazie allo sviluppo delle tecnologie è diventato uno tra degli aspetti più condivisi della nostra società. Effettuando una ricerca online per una determinata località turi- stica, possiamo ormai conoscerne ogni aspetto, quali servizi ci vengono offerti, a che prezzi, chi o cosa troveremo in una specifica destinazione, e questo perché attraverso i social, la stampa, ed i mezzi di informazione di un mondo globalizzato, possiamo sapere quanto costa e cosa offre un albergo all’altro capo del mondo. Più di un secolo fa l’esperienza del viaggio era molto diversa, e molto spesso andare in vacanza era davvero un’avventura, anche per chi magari doveva fare un semplice viaggio da Trieste, allora sotto il regno austroungarico, a Lignano che ancora non era Sabbiadoro. In quel periodo per la necessità di cercare un’aria più salubre rispetto quella delle città, ma anche per esaltare il proprio status sociale, molte persone per- lopiù aristocratiche, borghesi ed agiate frequentavano le località balneari, come ad esempio Lignano, che iniziava a muovere i primi passi come destinazione balneare. La Lignano di inizio ’900, ancora sotto il comune di Latisana, era decisamente una novità, ed anche una località per pochi, proprio perché rispetto a Grado aveva poche strutture, non era in territorio austroungarico e non era ancora pubblicizzata nelle riviste straniere. E proprio, perché quasi sconosciuta, alcuni quotidiani o riviste, ricevevano sovente richieste di notizie sulla località che iniziava ad essere veicolata attraverso il passaparola o fotografie; ne è un esempio la lettera inviata da un lettore del “Die Zeit” che nella sezione lettere dai lettori, la domenica del 2 Aprile 1911 pone alcune domande aperte sulla spiaggia friulana.

Die ZEIT 2 Aprile 1911 pag. 38

Sotto la località “Lignano” riceviamo la seguente domanda: Sarei molto grato a un apprezzato lettore di Die Zeit se potessi ottenere informazioni in generale sulla località balneare di Lignano, sulla costa adriatica italiana ed in particolare sui seguenti punti;
1. Quali sono i prezzi dell’Hotel Centrale di Lignano e cosa offre se si sceglie il trattamento di pensione? La costa è prettamente frequentata da italiani o tedeschi?
2. Lignano è una località paludosa?
3. La località balneare ha una spiaggia sabbiosa?
4. Com’è il territorio intorno a Lignano? Ci sono foreste nelle immediate vicinanze?
S. Qual è il modo migliore per arrivare a Lignano?
6 La località balneare è in mare aperto o in laguna?

La risposta non tarda ad arrivare, e nella domenica successiva viene pubblicata la lettera di un frequentatore della località:

DIE ZEIT 9 aprile 1911 pag. 23

Lignano; Gentile lettore, abbiamo ricevuto la seguente risposta da H. Lutisann di Udine alla tua richiesta: Lignano è preferibilmente raggiungibile da Vienna con la ferrovia sud via Nabresina-Monfalcone. Da lì un’ora di treno via Cervignano verso il confine italiano fino a San Giorgia, che dista solo 7 minuti da Cervignano. Vi aspettano una giardiniera (vaporetto veneziano aperto), che in un’ora vi portano a Marano al costo di 60 centesimi. La nave attende gli ospiti a Marano per condurli poi attraverso la laguna a Lignano. Tariffa 60 centesimi.
Lignano si trova in mare aperto e forma una penisola, è di fronte a Trieste sulla costa istriana e ha una magnifica spiaggia di 7 chilometri di lunghezza. La spiaggia ha la sabbia finissima, non un solo ciottolo, e puoi scavarla fino alle ginocchia. Puoi anche camminare per un’ora e l’acqua del mare rimarrà fino al petto. Lignano è ancora allo stato originario, ma ha un grande futuro per via dell’impareggiabile spiaggia. Consigliamo solo il periodo dal 1 giugno ad agosto. La località ha nove hotel, tra cui l’Hotel Friuli ha un proprietario tedesco che serve un’ottima cucina tedesca. Per tre lire si ottiene una camera con due letti, per due lire un ottimo pranzo. La costa è tutta frequentata da italiani, ma d’estate ci sono molti tedeschi e ungheresi. Lignano dispone anche di ottima acqua potabile che proviene da pozzi artesiani profondi 90 metri. La foresta è a un chilometro di distanza, altrimenti su tutta l’isola non ci sarebbe nessun albero. Gli opuscoli sono disponibili presso la Società Popolare dei Bagni di Lignano.

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A proposito di studi e progetti per la messa in sicurezza idraulica del Tagliamento

Enrico Fantin

L’ultimo grave disastro provocato, non solo dovuto dai cambiamenti climatici, verificatesi il 28 novembre 2022 e che ha colpito drasticamente l’isola d’Ischia, ci fa ricordare il Tagliamento, il fiume ferox et rapax menzionato sin dai tempi antichi della grande Roma.

Quest’ultima tragedia va a rinforzare le tristi esperienze subite nell’agosto appena trascorso come nelle città di Senigallia e di Cantiano, devastate dalle alluvioni nelle Marche, entrambi centri interessanti come quelli dell’isola d’Ischia. Tempi addietro le cosiddette “bombe d’acqua”, ossia le concentrazioni massic- ce di pioggia, avvenivano ogni 100/200 anni, oggi invece si verificano più volte nell’arco di qualche decina di anni.

La Regione Friuli Venezia Giulia è attraversata dal Tagliamento, chiamato il “Re” dei fiumi alpini e per la verità, dopo le disastrose alluvioni del 1965 e 1966, ha deliberato l’istituzione di diverse Commissioni di studio per metterlo in sicurezza idraulica e preservare gli abitanti rivieraschi. Al fine di non disperdere alcune notizie cercheremo di portare a futura memoria un elenco dei principali studi e delle Commissioni che hanno concorso, almeno hanno tentato di risolvere le problematiche inerenti alla sicurezza dalle ricorrenti piene del Tagliamento.

In seguito alle devastanti alluvioni del 1965 e dell’anno successivo, come già ricordato, venne costituita dalla Regione FVG, una “Commissione di indagine per gli interventi nel settore idrogeologico nel suo territorio”. . Lo studio si concluse con l’affermazione che uno sbarramento all’altezza della stretta di Pinzano era l’opera più idonea al contenimento della piena del corso d’acqua entro i limiti di portata atti a garantire a valle un sicuro deflusso. La “Commissione interministeriale per lo studio della sistemazione idraulica e della difesa del suolo” presieduta dal prof. De Marchi, nell’anno 1970 indicò tale sbarramento come intervento essenziale per la salvaguardia dei territori ubicati lungo il medio e basso Tagliamento.

Nell’anno 1972 venne istituito un Gruppo di Lavoro per l’esame dei problemi della sistemazione idraulica del bacino idrografico del fiume Tagliamento (D.P.R.G. 29.05.1972 n° 01587/Pres).

Anche questo Gruppo di Lavoro giunse alla conclusione che “non esistono dubbi sulla validità dell’opera dello sbarramento di Pinzano”.

L’ing. Silvano Zorzi con la consulenza idraulica del prof. ing. Raffaele Cola, geologica del dr. Luciano Broili e statica dell’ing. Stefano Ronconi, perfezionava, in data 23 maggio 1979, il progetto dell’opera, verificata dall’Istituto di Idraulica e di Costruzioni Idrauliche dell’Università di Trieste sotto la guida del direttore prof. ing. Francesco Ramponi.

La “Commissione per l’esame della situazione idrogeologica del bacino del fiume Tagliamento” fu costituita con D.P.R. n° 0476/Pres. Dd.06.081979 con scopo di eseguire un “accurato ed approfondito esame della situazione idrogeologica dell’intero bacino del fiume Tagliamento al fine di individuare e classificare in ordine prioritario i provvedimenti più idonei per eliminare le cause di pericoli conseguenti e a carenza dell’asseto idrogeologico e a insufficienza delle opere di difesa idraulica e di sistemazione idraulico-forestale”.

Presidente della Commissione il prof. Ing. Giuseppe Machne.

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