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copertina libro La malastoria

La malastoria

delitti, reati, incidenti e altre sventure nella storia della Bassa Friulana

a cura di
Giuliano Bini,
Silvio Bini,
Renzo Casasola,
Benvenuto Castellarin,
Edi Pozzatto,
Tarcisio Valentinis

PRESENTAZIONE

La storia va letta, non con un solo paio d’occhiali, ma con lenti diverse per focalizzare fatti e personaggi che altrimenti sfuggono all’attenzione ed è, senza dubbio, originale, proporre quella che “fu” la cronaca nera di ieri, affidata ai documenti d’archivio ed in essi conservata, anche con la dovuta riservatezza di cui erano custodi solerti sacerdoti.

I redattori dei libri “mortuorum” che incominciarono ad essere regolarmente tenuti dopo il Concilio di Trento, fatta eccezione in precedenza solo per i Catapani, non sapevano che con le loro semplici note, vergate a margine della registrazione di un decesso che aveva fatto “notizia” nella loro comunità paesana, avrebbero fornito non solo materiale per la storia locale, ma anche spunti per un racconto che, in queste pagine, diventa un piacevole excursus su una realtà ormai lontana e dimenticata anche dall’aneddotica.

Il filo conduttore che ha spinto ad indagare fra le vecchie carte e a riscoprirne i contenuti è dato dalla curiosità del tutto sana per quelli che sono dei casi umani e, benché distanti da noi nel tempo, riescono comunque a coinvolgerci senza cadere nella tentazione del sensazionalismo o della ricerca di aspetti da pettegolezzo.

Il rigore storico con cui si snodano le varie parti del volume ci consente di entrare nella mentalità e nelle vicende di gente semplice, senza giudizi a posteriori, così come si presentano. Ciò significa che un incidente o una sentenza o una sconfitta non sono mai qualcosa che abbia a che fare con la fine di una storia, ma la alimentano ancora.

Infatti hanno permesso ai nostri autori di studiare la vita attraverso la morte, attraverso le condanne dei reprobi inflitte dai severi giudici dei tribunali ed, infine, attraverso le colorite cronache di modesti corrispondenti sui fogli ottocenteschi. Insomma da un compendio di mali ne è uscita una storia interessante e “buona”.

In effetti se guardiamo alla realtà l’esistenza umana, senza essere pessimisti, è assai più condizionata dagli aspetti che vengono definiti negativi che dalle azioni positive. Omero e Virgilio, come anche Leopardi, per citare indegnamente dei paragoni, fanno poesia proprio partendo dai ricordi dolorosi che portano con sé come bagaglio di conoscenza delle persone e del mondo. Più modestamente nella Bassa friulana questa ordinaria cronaca nera costituisce una forma per ricercare e proporre un racconto storico che si avvicina alla completezza. Perlomeno comprendiamo un aspetto psicologico che ancora risiede nel profondo della nostra cultura dettato dalla rassegnazione e dal fatalismo per certi versi, ma anche da una positiva reazione. Siamo ben lontani da quel bombardamento mediatico che oggi ci tocca subire per fatti analoghi nel nostro quotidiano con l’insistenza sugli aspetti più truculenti ed intriganti. Nelle vicende narrate in questo libro non vi è nulla di scandalistico, ma ogni episodio citato diventa in sé una fonte di riflessione anche per l’attualità, perché i tempi cambiano, ma i problemi di fondo rimangono. Dei protagonisti sappiamo appena il nome o poco più, un compendio di umanità ricco di interesse ed anche attraente alla lettura.

Non potevano attenderci altro da questi nostri autori de “la bassa” guidati dall’arguzia di Giuliano Bini. La meticolosa analisi dei documenti storici di Benvenuto Castellarin, Renzo Casasola e Silvio Bini contribuisce ancora una volta ad arricchire un testo che non è certo frutto di elaborazione di lavori altrui, ma sudata ricerca, di mesi e mesi, passati a compulsare carte spesso di difficile lettura, interpretarle, rifletterci sopra. I nostri autori non sono degli accademici, ma hanno affrontato ostiche calligrafie, sacrificato tempo libero e qualcosa di più. Quanto ci offrono è una preziosa testimonianza su tanti paesi della Bassa friulana, su un gran numero di accadimenti, in tempi in cui la violenza e tutto ciò che noi oggi consideriamo reato, erano qualcosa di quotidiano, spesso, pur senza voler giustificare taluni gesti, di normale esperienza nelle comunità rurali. Così gli incidenti si moltiplicavano a causa della mancanza di sicurezza nei lavori, oppure la violazione della legge si rendeva necessaria per poter sopravvivere. Le liti poi, fra persone, famiglie, paesi erano scontate.

Per raccontare poi questa “malastoria” solitamente gli autori che raccolgono fama e cachets procedono intonati all’argomento, ma in questa pubblicazione, che un gruppo fra i più fedeli autori de “la bassa” ci propone, il tutto è presentato con brio, vivacità, nonché una buona dose di sana ironia, che aiutano a sostenere l’animo pur in una sequenza del tutto aliena da allegria.

La “squadra” messa insieme da Bini ha raggiunto un ottimo obiettivo ed il tutto è stato fatto nello spirito di un autentico volontariato e con poveri mezzi grazie a poche sensibili persone.

Buona lettura.

Roberto Tirelli
presidente associazione culturale “la bassa”


Preambolo

Giuliano Bini
Non so se fosse l'anno 2017 o quello successivo, un giorno lessi in una lettera inviata ad un periodico la seguente introduzione: «In una società come quella odierna dove l'egoismo e il voler sopraffare il prossimo è presente in tutti i campi della vita sociale...». Ricordo anche un cenno della risposta del direttore, o chi altro fosse: «... condivido la tua lettera parola per parola».

Considerata l'età e una certa conoscenza della storia, quella locale, ritenni fosse interessante disquisire con gli amici, magari con un bicchiere in mano, sulla società odierna e quelle del passato. A Palazzolo, nell'incontro del venerdì in osteria, "reparto geriatria", posi all'esame degli astanti l'argomento e la discussione si fece vivace. «Al dì di uè - no tu viòdis? - al è dut un cope masse» , esordì uno in modo perentorio.

Poi si passò ai furti, attestando che: «Une volte si podève lassâ la puarte di cjase viarte, che nissun al puartave vie nuje» . E via di questo passo trattando sulla sicurezza, sull'immigrazione, su tutto ciò che rende insopportabile la vita in questo nostro "orribile evo".

Avendo da tempo acquisito i dati dei libri dei morti della nostra parrocchia, mi sentivo in grado di confutare con rapporti documentati gli omicidi, il coppe masse, di ieri e di oggi. Nel tempo che io ho vissuto a Palazzolo, si sono verificati due omicidi, uno nel 1953 e l’altro nel 2012, a distanza di sessant’anni l'uno dall'altro. Nei primi venti anni del Liber Mortuorum della parrocchia, dal 1624 al 1643, i morti furono otto, uno ogni due anni e qualche mese, ma con una popolazione sei volte inferiore dell’attuale, fatte le proporzioni, sarebbe come se oggi ci fosse un morto ammazzato ogni cinque mesi.

Sui furti e altri simili reati invece potevo contare solo su poche note sparse, quali una rapina a mano armata nel pollaio, un furto con destrezza di salumi, e poco più, oltre che sulle mie confuse memorie su ladri e ladruncoli d'epoca, come quello che per un sacco di pannocchie sparò e ferì alla testa una guardia campestre, salva per miracolo. Memorie confuse quali erano anche quelle dei miei interlocutori.

Per non inimicarmi i "degenti del reparto" e concedere anche ad essi un po' di ragione, mi soccorse la mia esperienza di lavoro come bancario, che mi aveva portato a subire ben due rapine negli anni Settanta. Allora convenni con i miei amici che nei secoli passati, nei nostri paesi, non si era verificata nessuna rapina in banca. Dovetti aggiungere però, dopo un momento di pausa, per amore di verità, che nei nostri paesi, fin verso il Novecento, non ci fu mai nessuno sportello bancario da poter rapinare.

Sui furti in casa mi sovvenni delle grosse grate di ferro che, nei nostri paesi, sbarravano le finestre delle case dei benestanti. Se le finestre erano così ben chiuse, non credo che le porte rimanessero aperte. Certamente qualche porta poteva rimanere aperta quando nella casa non c'era niente da rubare. Ricordo il racconto di un compianto amico nel quale un figlio volle separarsi dalla famiglia. Fece realmente fagotto, con i suoi pochi indumenti, e poi staccò dal muro il cartoncino con stampato il suo attestato della prima comunione. Così si allontanò. Dopo qualche minuto sentì il padre, tutto trafelato che lo rincorreva, gridargli: «Fèrmiti! Torne indaûr, che tu mi âs disfurnît la cjase!» . La casa rimaneva spoglia senza il "quadri", si diceva così, della comunione. Qualcuno, la cui famiglia aveva qualche campetto e un pezzo di vigna ai confini con la Valderia, convenne sulla sistematica trasgressione dei comandamenti "non desiderare la roba d'altri" e conseguentemente "non rubare", pur imparati a memoria alle lezioni di dottrina, ricordando che dalla sua vigna sistematicamente sparivano non solo l'uva, ma anche i pali che sostenevano le viti e il fildiferro che le collegava.

«Si, beh!, ma al giorno d'oggi con tutti quegli immigrati che portano via il lavoro ai nostri, che importunano le nostre (si fa per dire) donne, che portano malattie e disordine, se non il terrorismo. Una volta questo non c'era». Convenni che proprio quello non c'era. Eravamo noi ad emigrare. «In regola!», m'interruppe uno, che non aveva sentito raccontare dai nostri vecchi di quando loro a otto, dieci anni d'età, arruolati e condotti da qualche "caporale", si recavano di nascosto (forse) dalle autorità, nelle fornaci della Carinzia o della Baviera, non in visita scolastica, ma a lavorare. Credo che però chiunque di una certa età abbia conosciuto il fenomeno delle ragazze che, ancora bambine, andavano a servizio. A vari servizi anche, purtroppo, prima nelle case dei benestanti del circondario, poi a Venezia, quando era la Dominante, dove furono gratificate con l'espressione: "Furlana, serva e putana". Ancora tante mie coetanee, negli anni '50 e '60 del Novecento, dopo gli undici anni, assolto l'obbligo scolastico (forse), andavano a servizio in tante città d'Italia e anche all'estero. «Si, ma i nostri emigrati lavoravano, ed erano apprezzati da tutti». Tanta brava gente certamente emigrò, ma non tutta era brava se, in un giornale francese dei primi decenni del Novecento, si intitolò un articolo, un servizio d'inchiesta: «La mafia friulana a Lione». Certamente non era mafia, ma... quella delinquenza era friulana.

Questo per fare un cenno ai nostri emigranti, ma in passato nei nostri paesi ci furono sempre degli immigrati, i Carnici, ad esempio, non sempre trattati bene. Essere apostrofati come: «Ciargnèl cence Diu...» era il meno che potesse loro capitare. Il 10 gennaio 1788 la vicinia di Bertiolo elesse 20 persone che, con il Degano, avrebbero dovuto cacciare dal paese i «foresti» accasatisi da pochi anni. La pena per gli eletti inadempienti era di 8 lire, il premio per la riuscita operazione «un boccale di vino e 2 soldi di pane». Il 14 gennaio il gruppo si recò in casa del tessitore Gio Batta Pascolutto, originario di Ampezzo. Impossibilitato a pagare la tassa di 10 ducati che gli venne imposta seduta stante, il poveretto fu cacciato fuori casa con la moglie e i due bambini, i pochi mobili gettati dalle finestre, il telaio spiantato e distrutto.

Ma non solo i Carnici, bastava essere di un altro paese, anche confinante, per essere espulsi e forzatamente rimpatriati, così toccò alla famiglia di Domenico Buiatto, originario di Virco imperiale. Quel giorno lui era assente per lavoro ad Aquileia, la moglie e i cinque figlioletti furono caricati con i pochi mobili su un carro e abbandonati di notte sulla piazza di Virco. Si dirà che quelli erano immigrati da un altro stato, l'Impero asburgico, ma la stessa procedura toccò alla famiglia di Daniele Rosso di Virco veneto.

Poi i Veneti, con una concentrazione particolarmente numerosa durante la Grande Guerra, dopo la disfatta di Caporetto, quando il fronte si portò sul Piave. I nostri profughi, sparsi per varie regioni italiane, furono sostituiti da profughi del Veneto, che occuparono le case abbandonate dai nostri. Finita la guerra molti profughi del Piave rimasero nei nostri paesi, forse in attesa fossero bonificate le loro campagne dalle bombe inesplose. Il ritorno dei nostri profughi e la permanenza di quelli del Piave, creò condizioni di vita particolarmente difficili per tutti e suscitò accese tensioni. A Palazzolo un'operazione commerciale fra un possidente locale e dei mercanti trevigiani fece scoccare la scintilla. La minacciata «esportazione di tutto il quantitativo di granoturco esistente nel territorio comunale», fece scendere in piazza la popolazione, che tentò di invadere la casa e i granai della famiglia possidente, ma la sua protesta e la sua rabbia non si rivolse solo contro i presunti accaparratori, ma soprattutto contro i profughi del Piave, i Piavòts, gli intrusi, i ruba pane, polenta, lavoro e donne. «Fôr i Gìgios!», si gridò, con rabbia ma senza successo, contro i nonni di quanti, nei nostri tempi a Palazzolo, hanno gridato: "fuori!" ai Meridionali, agli immigrati dell'Europa Orientale, dell'America Latina, del Medio Oriente e dell'Africa. Fuori! Fuori tutti!

«Ma allora, se una volta si era come o peggio di adesso, ci sarà pure qualche giustificazione alla nostra attuale insoddisfazione, al nostro malessere?», si chiese uno e prima che io insinuassi che poteva essere l'età, la noia, l'uso di certa informazione, o chissà che, quello del coppe masse, scattò dicendo: «Iò lu sai, e jè la pulitiche!» .

Chi se la sente di contraddire qualcuno su questo argomento?

Si dice che a Palazzolo abbiano inventato la politica. Quando e come non si sa, ma qualche ragione per essere considerati inventori dovrà pur esserci. Fra il 1730 e 1740 a Palazzolo per primi si composero le vertenze per i diritti civici fra vicini e sottani con la formula: «ogni tre sottani che formano un Visino». L'8 luglio 1743 Fiore o Florinda Bini in Riva fu la prima donna (in Italia?) a partecipare a pieno titolo, con voto espresso, alla vicinia del comune di Palazzolo. Duecentotre anni prima che in Italia fosse concesso il diritto di voto alle donne. Però il vicinato da tempo qualifica i Palazzolesi non come politici, ma come puliticants, ch'è un epiteto, canzonatorio se non offensivo, a significare che la loro politica, quella degli inventori, non solo adesso, ma anche una volta, non era considerata così encomiabile.

Per comprendere e spiegare una simile negativa espressione identitaria, dopo i due primati prima accennati, si può solo fare riferimento alle vicende del 1755, quando il decano Antonio Rio fece un torto ai conti Savorgnan, rifiutandosi o dimenticandosi di prestare ai loro agenti il dovuto servizio, una corvè che riguardava il trasporto di materiali per la ristrutturazione del molino di Tresara.

raffigurazione simbolica del comune di Palazzolo
Una raffigurazione simbolica del comune di Palazzolo (dalla croce reliquiario del 1584, nella chiesa parrocchiale di Santo Stefano).

Il fatto avrebbe potuto comportare un grave pregiudizio al comune, non solo perchè i Savorgnan avevano in feudo Palazzolo (ne erano pertanto i padroni) ed erano i suoi giurisdicenti (erano il loro tribunale), ma anche perchè, nel momento contingente, erano anche i suoi avvocati e patrocinatori nella causa che il comune aveva a Venezia, contro quello di Piancada.

Inimicarsi contemporaneamente il padrone, il giudice e l'avvocato era da incoscienti e temerari. Pertanto il Rio «fu a piena voce della Vecinia immediatamente disfatto, e cassato di Degano unitamente con li suoi Giurati» e furono eletti nuovi amministratori. Il Rio fece causa al comune ricorrendo non certo al giudice ordinario, i Savorgnan, cui aveva fatto torto, ma direttamente in secondo grado al Luogotenente di Udine. Il comune si appellò a Venezia... Per farla breve, in poco più di sette mesi il decano cambiò tre volte. Sembrava fosse il comune di Latisana di qualche decennio fa.

Sembra che l'ispiratore del comportamento del decano Rio sia stato il mugnaio del molino del Ponte, il concorrente di quello di Tresara che doveva essere restaurato. Questi era «Angelo Furlano fu di Villa nova sotto Latisana». Infatti, forse proprio per quanto aveva suggerito ai Palazzolesi, pur inventori della politica, troviamo che, almeno dal 1760, il tale fu detto: «Angelo Politica molinaro» o «Angelo Furlan detto Politica». Che i Palazzolesi, che avevano inventato la politica, l'abbiano poi gestita così male, su suggerimento di uno "sotto Latisana", spiega l'epiteto canzonatorio puliticants.

Perchè tutte queste verità non dovessero rimanere solo nel fondo dei nostri bicchieri, col pericolo di essere subito sciacquate, pensai: «Su questi argomenti si potrebbe scrivere un libro». Così chiamai Silvio, Benvenuto, Renzo, Edi e Tarcisio, ed ora, eccoci qua. Salute!

territorio indagato

Il territorio indagato, in un disegno di Livio Grosso