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Paesaggio naturale e paesaggio umano nella bassa friulana

a cura di Enrico Fantin

e con la collaborazione di
Benvenuto Castellarin
Enrico Fantin
Roberto Tirelli
Francesco Sguazzin

Introduzione

Mi si raccontava che una volta si andava a lavoro per i campi cantando; e lavorando si continuava a cantare sino al tramontar del sole, quando si faceva più felice l'ora del rientro a casa. Ma che tempi erano quelli? Non esisteva la televisione, i divertimenti erano pochissimi e la pesantezza del lavoro era sempre enorme. Non esistevano attrezzature sofisticate come ai nostri giorni con gli enormi trattori tutti computerizzati e con climatizzatore, seminatrici e quant'altro di super-tecnologico; eppur si cantava e si era felici.

Ma dove cercare oggi i segni di questa civiltà? “Una civiltà rurale che si esprime molto lentamente si esprime meglio nel folclore che nella storia” ha scritto lo studioso francese Le Goff; perchè è nel folclore, inteso nella sua accettazione scientifica (e non banalmente folclore spettacolare), che si colgono molti segni del passato, anche se talvolta difficilmente leggibili.

Quindi per folclore s'intendono gli strumenti di lavoro, le tipologie dell'architettura spontanea formatesi in base a ragioni economiche, pratiche, funzionali. Folclore sono i canti, di tristezza o di irruente vitalità; folclore sono le pratiche rituali connesse alla vita o alla morte, al tempo e alle stagioni, con i loro complessi intrecci di religione e di superstizione; sono le feste, i detti e i proverbi, le credenze e le leggende, gli ex voto ed anche i vestiti, la gastronomia e le suppellettili.

Confrontando la realtà dei nostri giorni con quello che mi raccontano i miei rimango scettico, ma ci credo assolutamente in quanto non ci sarebbero interessi di alcun genere nel raccontarmi baggianate. Strano, come sono cambiati i tempi. Eppure siamo la generazione che ha visto questo grande cambiamento.

L'ascesa verso nuove conoscenze e conquiste tecnologiche ha permesso all'uomo di uscire dal regno delle necessità.

Ma la corsa al dominio delle cose lo ha portato, troppo spesso, a confondere la distinzione dei valori: in tal modo le testimonianze del passato scompaiono, travolte dall'ondata del progresso. Ma è, in tal caso, autentico progresso?

Troppo di rado ci si rende conto che, riducendo in rovina e disconoscendo i valori dell'architettura, dell'ecologia, della storia, in pratica distruggiamo noi stessi e la nostra civiltà.

È la nostra vita e il nostro avvenire che finiamo col compromettere.

Adattare a una vecchia casa indispensabili comodità, quali il riscaldamento, il telefono, la televisione, l'isolamento termico, gli intonaci; abbattere alberi, modificarne le forme, operare sulla genetica delle creature vegetali ed animali; bonificare terreni, variare i corsi delle acque, sono imperativi della vita moderna, che tuttavia non devono distaccarsi dall'ossequio a una legge che sia in rispettosa armonia col passato.

C'è un delicato equilibrio nell'ecosistema, oltre il quale non è possibile anteporre l'utile al bello; trascurare il rispetto verso la bellezza e l'immagine; modificarne l'aspetto estetico e gli elementi specifici. Nell'individuità sempre armoniosa, lineare e semplice, esistente in creature e cose che preservano nel loro intimo il patrimonio del passato, in effetti è racchiuso il senso della nostra cultura. L'arte, la lingua, la tradizione, il lavoro, l'intima ricerca dell'uomo, della sua posizione nell'ambiente, sono gli strumenti guida per estrarre dal passato un avvenire migliore. L'attività dell'uomo, la sua vita, sono d'altronde guidate da sentimenti che traggono origine dai misteri, dalle stupende atmosfere dell'habitat naturale in cui egli stesso ha imparato a realizzarsi e ad interrogarsi.

L'uomo d'oggi ha scomposto i ritmi delle giornate e delle stagioni, vive in fretta, d'affanno, d'angoscia.

Ieri era diverso e non perchè siamo nostalgici del tempo passato, ma perchè nella vita del contadino c'era il momento della sosta, della speranza del seminare, della gioia del raccogliere.

L'uomo dei campi era più povero, certamente, ma aveva la serenità che a noi manca, aveva una straordinaria familiarità con la natura e con gli animali che l'aiutava a mantenere equilibri esistenziali a noi oggi sconosciuti.

Quindi la ricostituzione storica è tanto più significativa per noi quanto più si riesce a portare in luce il maggior numero di testimonianze del passato: non solo quelle delle “èlites” o delle grandi città, ma anche quelle, ordinariamente più in ombra, dei ceti rurali, e della vita produttiva delle campagne, la cui popolazione è stata maggioranza fino a un recente passato. “Paesaggio naturale e paesaggio umano nella Bassa friulana” è un volume che l'Associazione Culturale la bassa lo propone all'attenzione di tutti con l'aiuto degli autori e delle testimonianze di coloro che qui hanno vissuto.

È un libro che esce veramente dal nostro cuore e vuole essere un omaggio ai nostri padri, alla gente dei campi, ai braccianti, ai cariolanti delle bonifiche; insomma a tutti quei lavoratori umili e non per questo “gli ultimi”. È un atto d'amore e vogliamo riportare a futura memoria questo tanto decantato periodo prima che le testimonianze del passato scompaiono del tutto, travolte dall'ondata del progresso.

Enrico Fantin
Presidente Associazione Culturale
la bassa

Immagini tratte dal libro next